Vita nel campo militare
Dopo la vita degli afghani (per quel poco che ho potuto vedere almeno), la vita degli occidentali a Kabul e quella dei diplomatici in missione, ecco quella del campo militare. Non scriverò espressamente dove sono, ma con un po’ di ricerca è facile dedurre in che zona mi trovo ora. Il campo è in una zona particolarmente sensibile, tanto che tutti i militari girano costantemente armati (non so se con il colpo in canna, non ho chiesto), anche a passeggio in calzoncini e t-shirt o alla mensa. Qui a seguire i pasti del pranzo e della cena, niente male tutto sommato.
Il campo è quello del PRT, quindi ci sono anche molti civili. Da qui partono pattugliamenti vari, quindi c’è sempre un certo movimento. Per molti saranno cose ovvie e scontate, ma a me piace sottolinearle. Con mia piacevole sorpresa mi è stata data la password di una rete wifi, non perfettamente funzionante, ma molto utile. Non solo per me che posso raccontare che succede qui, ma anche per i militari che si rilassano un po’ nel dopo cena con il proprio iPad – ce n’è uno proprio a pochi metri da me – o con il proprio computer o smartphone.
Noi giornalisti siamo ospitati in container con 2 letti a castello (2×2), aria condizionata, armadietto e nulla altro. I bagni sono in uno stato sanitario accettabile, ma insoddisfacente sul piano della funzionalità: quasi la metà della decina di docce non funziona! La mensa ha una buona varietò e freschezza di cibi, compresi quelli che gli americani non possono non rifiutare: patatine in bustina, gelato/milkshake e burger. Notare anche qui i cartelli che invitano a moderare il consumo di grassi e a mangiare sano. Schermi tv mostrano programmi americani come The Big Bang Theory o lo sport in diretta o quasi.
Curioso che proprio davanti alla mensa, dove ci si lava tutti le mani con sapone antibatterico, ci sia un cartello contro Facebook, non bloccato per altro sulla wifi per i militari.
Non è una proibizione, ma un invito ad udare cautela, tutto sommato condivisibile
All’interno del campo anche un piccolo bazar con afghani che vendono oggetti di artigianato, falsi e qualche contenuto video, in parte palesemente falso, in parte molto ben copiato, se non proprio originale
Abbiamo potuto fotografare qualche manovra e qualche veicolo, facendo attenzione a non inquadrare antenne e parabole
Curioso poi che la lavanderia interna sia affettuosamente chiamata Happy Sock























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