Matteo Cassese, In fuga dall’Italia

Matteo Cassese

Ho conosciuto personalmente Matteo Cassese (@matteoc) a SXSW nel marzo scorso, dopo essere stato uno dei primissimi blogger ad aver scoperto ormai quasi 10 anni fa! Matteo è uno di quelli che non sta con le mani in mano a piangere e lamentarsi del sistema paese, ma si è rimboccato le maniche e ha cercato di trovare la propria strada fuori dall’Italia. Per questo lo stimo molto. Matteo qualche settimana fa mi ha inviato un testo che ti propongo a seguire, in cui racconta parte della sua esperienza personale.

Lettura istruttiva e consigliata.

In fuga dall’Italia: una startup negli USA, una vita a Berlino

Qualche settimana fa ho condiviso le sintetiche conclusioni di un viaggio nell’innovazione americana. Il viaggio finiva con un ritorno in Europa, ma non in Italia.
Davide (@braddd) mi chiede  “Adesso ci racconti anche perchè non in Italia! I motivi, forse, li sappiamo tutti, ma sarei curioso di vederli analizzati e raccontati da te.”

La domanda richiede una risposta onesta e per essere sinceri bisogna dividerla in 2 parti: nella prima vorrei spiegare perché Filmizer è una società statunitense, nella seconda perché ho deciso di piantare le tende a Berlino.

Newark, Delware

Una carta di credito e meno di 1.000 $ consentono di aprire, amministrare e gestire la contabilità di una società con sede legale in Delaware negli Stati Uniti. E’ così che nel Luglio 2009 ho fondato Filmizer LLC. Il mio mercato sono gli States e aprire un società in Italia, in UK o in Germania avrebbe comportato semplicemente tempi più lunghi e molte più spese.

Filmizer nasce come un progetto “globale” che si rivolge al pubblico Internet del mondo occidentale. Così mi è sembrato solo naturale partire dal più grande mercato internet dell’occidente: gli States.

Gestire una società negli USA richiede un minimo di lavoro e di investimento. Ovviamente un commercialista italiano http://studiocilia.com/ , uno americano  – il mio l’ho trovato su Elance – poi la gestione della società tramite un “registered agent” – nel mio caso Delaware Intercorp – ed infine il conto in banca che ho aperto con Chase ( www.chase.com )

In caso di rapida evoluzione del business la LLC si può trasformare in una Corp. (Type S Corporation è la  forma societaria suggerita dai Venture Capital), ma Filmizer non è in una fase di fundraising e si accontenta di essere una LLC.

Le spese di setup sono minime, trovare professionisti in grado di aiutarti è facilissimo e l’unica cosa che non si può fare da remoto è l’apertura del conto in banca. Per quello bisogna recarsi fisicamente in una filiale statunitense, quindi è bene includere anche il budget per una breve vacanza negli States, magari in occasione di qualche conferenza interessante.

Da Roma a Berlino

Ora veniamo alla seconda parte della domanda. Perché a Berlino? Della città si parla ovunque da tempo con toni entusiastici. Per iniziare allora provo a smontare qualche mito.

Berlino non è l’eldorado innovativo d’Europa

Va di moda parlare di Berlino come capitale delle startup europee. Beh, non lo è.
Non è una città piena di imprenditori e non è la città più innovativa d’Europa.

Prezzi bassi e clima culturale internazionale stanno trasformando Berlino in un magnete per un certo tipo di innovazione: se volete mettere su una società non solo innovativa, ma che possa beneficiare di una scena artistica fiorente, del grande bacino di ingegneri e sviluppatori dell’est europa  e di un pubblico di early adopter sofisticato allora Berlino funziona.

Berlino non è una città “tedesca”

Se non in senso strettamente geografico – Berlino non è una città tedesca. Monaco e Amburgo lo sono invece a pieno titolo. Lì tutto funziona e tutto è pulito. Le strade profumano dei soldi appena spesi per rinnovarle, le aiuole sono curate e i parchi sono rigogliosi.

A Berlino alcune cose essenziali funzionano, altre no. La municipalità è senza soldi, quindi la manutenzione di strade e parchi lascia a desiderare secondo gli standard tedeschi. La città è un po’ più sporca di quanto si vorrebbe. Il sistema dei trasporti non è privo di difetti, ma mediamente è di una efficienza spaventosa specie se si approfitta di fare i “cambi veloci” tra bus, U-Bahn e S-Bahn.

Berlino non è una città del business

Berlino è chiaramente una party town. Essere divisa da un muro, vivere la guerra fredda contando i propri morti ogni giorno, essere il rifugio di chi non voleva fare il servizio militare (i Berlinesi erano per legge militesenti), e poi – dopo il muro – avere un nuovo territorio inesplorato dove si potevano occupare spazi e organizzare feste in piena libertà ha contribuito a fare di Berlino una città in cui ogni notte va vissuta in pieno, anche perché in fondo potrebbe essere l’ultima.

Quale sia la città ideale per fare business io proprio non lo so. Una città tutta giacca e cravatta e sale riunioni mi fa tanto pensare ad un posto pieno di venditori. Una città piena di ragazzi e ragazze tutti vestiti in modo diverso, disomogenei e in costante tranquillo movimento mi fa pensare alle idee in movimento, alla creatività e all’innovazione più di quanto non lo faccia un business center o un laboratorio con ricercatori in camice bianco.

Berlino è una città non solo tollerante, ma persino includente. Qui la polizia chiude un occhio, le regole ci sono ma non tutte devono essere rispettate alla lettera. Per legge non si potrebbe fumare nei locali, eppure lo si fa. Non tutto il commercio che si svolge nei tanti parchi cittadini è legale. Non si potrebbe bere nella metropolitana, eppure lo si fa. La cosa straordinaria è che funziona: a Berlino sono tutti ubriachi nel weekend, ma in modo stranamente ordinato. Lo stordimento generale del week end viene vissuto in armonia con la città e tutti i suoi abitanti.

Berlino accetta, integra e include le sottoculture con cui viene in contatto. Così la città è punteggiata di locali diversissimi tra loro accomunati dalla caratteristica di accettare un po’ tutti e di offrire qualcosa di speciale ad ognuno. Scegliete il giro dei party sfigatelli di sinistra? La città è strapiena di cooperanti e volontari squattrinati, dalla serata coi bonghi al parco al workshop creativo a mezzanotte l’offerta abbonda. Siete malati della techno? Potete stare in giro 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e andare a tutte le feste, tutti gli after hour e ballare tutti i ritmi. Siete parte della comunità Gay e Lesbica? Ci sono locali di ogni tipo, da quelli per soli uomini e sole donne, location all’aperto o club con oscure porte senza insegna, posti aperti 24 ore su 24 o bar che si popolano solo ad una cert’ora di un certo giorno. L’offerta è talmente ampia che la freepress mensile dedicata agli eventi GLBT (Siegessaule) in alcune uscite ha una foliazione superiore al centinaio di pagine.

Berlino è accessibile, ma non è facile

E’ facile entrare a Berlino da turista, più difficile diventarne un cittadino. Al contrario di alcune città in cui il denaro aiuta a fluidificare i processi e a rendere la vita dei suoi abitanti più semplice, a Berlino detta legge la ferrea burocrazia tedesca.
Per affittare una casa o una stanza bisogna sottoporsi ad ogni tipo di scrutinio da parte dei locatari. Persino per trovare una stanza nelle tante “case studentesche” bisogna sottoporsi a dei “colloqui conoscitivi” tali da far tornare alla memoria gli esami di maturità.

La mia contromisura a questo approccio burocratico è la preziosa consulenza dei tanti amici tedeschi che ho conosciuto qui. Per loro questa impostazione burocratica è semplicemente ineluttabile, quindi seppure non saranno in grado di spiegarvi il perché, vi aiuteranno volentieri nel “come”.

Felicemente lenta, sempre attiva, ma chiusa la domenica

Berlino festeggia tutto il week end dal venerdì fino al lunedì incluso. Si può mangiare a tutte le ore, ma non provate alle 4 del mattino: anche il kebabbaro chiude ad una certa ora. La domenica i negozi sono fieramente chiusi: la gente si riversa nei parchi invece che nei centri commerciali, vuoi mettere?
Il ritmo veloce della camminata dei parigini o dei londinesi stonerebbe in una Allee. Qui ci si sposta con lentezza, respirando e guardandosi intorno.
Le persone per strada invece di evitare gli sguardi ed accelerare, rallentano e si guardano: ti conosco? Abbiamo ballato tutta la notte ieri sera a pochi metri di distanza e non ci siamo visti? Sarà adesso il momento di conoscersi? Nel dubbio sorrido.

Provateci, dico, a sorridere alla gente camminando per Roma.

filmizer a Berlino

Anche filmizer a Berlino ha trovato una sua collocazione. In un sonnacchioso week end di giugno ho fatto la felice conoscenza di André Pankratz, oggi socio e co-fondatore di filmizer.

L’occasione è stato il Movie Hack Day organizzato da Moviepilot a Kreuzberg. Io avevo dormito poco e bevuto troppo Club Mate (*), lui era uscito di casa con riluttanza e aveva poche aspettative. Fatto sta che quando ho condiviso con grande modestia i vari modi in cui il mio progetto era fallito e le lezioni che avevo imparato, lui si è avvicinato e si è offerto di fare squadra.

Dopo una intensa due giorni questa squadra si è concretizzata in un nuovo progetto nato intorno ai trailer, ad una interfaccia lay back e ad un sistema di personalizzazione simile a Pandora. Ci mancava un nome e – per quanto una parte dell’analisi fosse già stata fatta – non avevamo scritto una riga di codice, ma era nato “Pandora for Trailers”. E’ finita che abbiamo vinto il secondo premio dell’evento. Filmizer ha trovato un socio ed così è nato trailerflow http://www.trailerflow.com .

La mia Berlino

In questa città ho la mia base a partire da questo autunno. Da qui visiterò spesso l’Italia con cui continuo fruttuosamente a lavorare, continuerò ad esplorare il mondo e a girare per conferenze. Questa “destinazione” non è altro che il punto di partenza di una nuova ricerca. Non so dove questa mi porterà, so solo che questa nuova ricerca avrà basi più solide qui a Berlino.

La mia Berlino è uno stato d’animo che mi rende più rilassato, più aperto, più generoso, più creativo e per questo è diventata la mia città. Affronterò il buio dell’inverno, la scomodità della neve e il freddo del nord, forte del fatto di aver trovato una comunità molto simile a me. Desiderosa di trovare spazi di espressione libera, volenterosa nello spirito di cavarsela, sempre disponibile ad entrare in contatto con il nuovo e il diverso, sempre pronta a dimenticare che ora è per festeggiare insieme. Insomma non trovo posto migliore per lavorare che un posto dove tutti sembrano divertirsi alla grande.

(*) E’ l’alternativa “bio” alla Redbull. Il club mate è una bevanda gassata a base di mate e zucchero che contiene per bottiglia circa 100mg di caffeina

  • Pingback: In fuga dall’Italia: una startup negli USA, una vita a Berlino | La Fabbrica della Realtà()

  • http://verdeanita.eu/ verdeanita

    L’articolo è molto interessante e la descrizione di Berlino la sottoscrivo tutta. Solo con il primo paragrafo mi trovo in disaccordo (che tra l’altro immagino non sia stato scritto da Matteo in persona, ma da chi ha scritto l’articolo).
    “è uno di quelli che non sta con le mani in mano a piangere e lamentarsi del sistema paese, ma si è rimboccato le maniche e ha cercato di trovare la propria strada fuori dall’Italia.”
    Sento spesso frasi di questo tipo e mi suonano sempre strane. Quel “ma” dovrebbe mettere la seconda frase in antitesi con la prima.
    Dopo un “ma” mi aspetterei: ” ha cercato di cambiare le cose nel proprio paese”. Altrimenti direi semplicemente “E si è rimboccato le maniche e ha cercato di trovare la propria strada fuori dall’Italia”.
    Non è una questione grammaticale, sia chiaro. Solo non condivido questa visione della fuga, come solozione di cui essere orgogliosi. Vista in questo modo la trovo una soluzione più facile e, volendo, anche più egoista, del rimanere in italia e provare a cercare la propria strada lì, sicuramente con un dispendio d’energie maggiori.
    Anche io vivo a Berlino e certo la vita è più facile eccetera. E neanche a me piacciono le persone che si lamentano e basta. Ma non capisco l’orgoglio di aver scelto una via, per molti aspetti, più facile.
    O forse ho interpretato male?