Un mondo senza Facebook?
Qualche giorno fa scrivevo dell’esigenza di cambiare nell’approccio ai social network. In sintesi: meno tempo dedicato ai social network, più a questo spazio e un generale riequilibrio del tempo dedicato alle relazioni online. L’articolo ha riscosso una certa attenzione e ha stimolato una interessante discussione a margine.
Ultimi due contributi in tal senso sono venuti da Giacomo e Fabio. Giacomo, in maniera brillante, scrive della sua decisione di sospendere la sua attività di Facebook, per dedicarsi ad altro e contestare almeno un po’ alcune dinamiche di questo social network, prendendosi una pausa. Definitiva o temporanea sarà il tempo a dirlo. Fabio, particolarmente attivo su Facebook nel diffondere e commentare l’attualità e la politica, motiva il perché non può farne a meno, pur demotivato e scontento: Facebook è parte della meccanica di circolazione delle informazioni online e gli amici ne fanno parte.
Da persona che usa Facebook quotidianamente, per ragioni personali e professionali, mi riconosco sia in Giacomo, sia in Fabio, nell’insoddisfazione verso uno strumento ormai parte della nostra vita, capace di dargli un po’ di sale, con il prezzo da pagare costituito da un’influenza indebita e spesso inconsapevole sulle nostre vite e sulle relazioni con le persone con cui siamo legati, siano essi legami forti o legami deboli.
Provo a dare una interpretazione a questa insoddisfazione, con qualche aneddoto personale di contesto, con una mia risposta altrettanto personale che mi sono dato nel tempo. Non pretendo che questo sia il modo con cui vivere Facebook. Ognuno ha il suo legittimo punto di vista. Esprimo io il mio per confrontarlo con il tuo. Mi scuso per la lunghezza ma per argomentare ho bisogno di spazio e la prendo alla lontana.
Se hai poco tempo, salta direttamente alle conclusioni finali.
In principio, giugno 2007, ho avviato su Facebook relazioni molto personali, seppur con amici non troppo stretti, includendo molti blogger e persone conosciute online. Il livello di dettaglio delle info personali che avevo inserito era particolarmente alto. A distanza di pochi mesi, consapevole dell’esposizione ad un pubblico via via crescente, ho fatto una prima parziale marcia indietro, riducendo gli elementi più intimi. Per molto tempo su Facebook andavano i miei messaggi da Twitter, personali ma non troppo, poi a un certo punto ho creduto dover separare i flussi o quanto meno non renderli identici in maniera automatizzata, cosa valida ancora oggi.
Nel frattempo Facebook è esploso e così le richieste di amicizia, intensificate con la pubblicazione di Fare business con Facebook. Dopo un periodo in cui il vaglio delle richieste era svolto una per una, ho deciso di cambiare policy e di accettare chiunque, pensando che molti sconosciuti fossero lettori di Pandemia o del libro, adottando l’accortezza però di inserirli in una lista con alcune restrizioni di accesso. Nel tempo mi sono pentito di questa scelta e l’adozione di nuovi strumenti da parte di Facebook mi ha consentito di invertire la rotta. Il problema sta nei contenuti pubblicati dai tuoi amici sulla homepage. Se non li conosci diventa impensabile andare a filtrare o nascondere singoli contenuti di singole persone, quando queste sono oltre 3000. Se non sono interessato a cosa scrivono, il valore di Facebook per me diminuisce fortemente e genera noia mortale, pur limitando l’accesso rispetto ai miei contenuti a chi voglio li legga.
Ciò che ho deciso di adottare nelle ultime settimane è un cambiamento di rotta sostanziale. Considerando che chi vuole leggere i miei aggiornamenti pubblici oggi può farlo senza essere mio amico, ho deciso progressivamente di rompere virtualmente l’amicizia con tutti gli utenti che non hanno mai interagito con me, che non so veramente chi siano e che non hanno mai provato a diventare più vicini. Nulla di personale, ma se l’interesse di tale persone è di ricevere informazioni pubbliche da me, oggi possono continuare a farlo; se il desiderio è un altro, beh, non sono più disposto. Qui viene il secondo strumento che Facebook ha creato. La lista di utenti con restrizioni. Inserito un utente in quella lista, non devo preoccuparmi di escluderlo da ciò che voglio sia visibile solo ad amici amici, ma Facebook lo esclude in automatico, salvo che io non renda pubblico il contenuto. A livelli diversi, in più o in meno, vale la lista di amici più stretti e conoscenti. Facebook oggi ce la mette tutta per consentirti di pubblicare il più possibile dei tuoi pensieri, condividendoli con chi vuoi veramente. Il problema a questo punto diventa un altro: se ne può fare a meno?
Fare a meno di Facebook
Per un paio di settimane sono stato senza profilo personale a settembre 2011. Ho preso la decisione allora di convertire il mio profilo personale in pagina, così da dividere i flussi tra contenuti pubblici/professionali e personali, con un altro profilo personale nuovo di zecca. Prima che Facebook mi consentisse di attivare un profilo personale nuovo (poi è successo che non ho dovuto ricominciare da zero con gli amici, ma questa è un’altra storia), sono rimasto senza. Nessuna posibilità di vedere i profili degli amici e nessuna possibilità di pubblicare contenuti di carattere personale, né la possibilità di scrivere messaggi privati agli amici.
In quelle due settimane ho sofferto. Per una sola ragione: mi son reso conto che Facebook è la piattaforma con cui mi tengo aggiornato su molti amici che vivono fuori dall’Italia e la stessa cosa è valida per loro, viceversa. Alcuni di loro mi hanno scritto una email per capire come mai il mio profilo Facebook fosse sparito. Potrei gestire queste amicizie, per nulla virtuali visto che si tratta di persone che ho conosciuto di persona almeno una volta, senza Facebook? La risposta che mi sono dato è no, pena un aridimento del rapporto.
L’anno scorso, leggendo il libro Tu se non sei un gadget, ho capito anche che Facebook è capace di influenzare le relazioni personali senza che ce ne rendiamo conto. In sintesi, il fatto che Facebook ci permetta di esprimere noi stessi secondo alcune modalità e non altre, genera una immagine di noi stessi che non corrisponde esattamente a chi siamo, ma una parte di noi. Lo stesso vale per le dinamiche di relazione, costrette entro certi meccanismi e non altri. Ciò alla lunga influenza il modo in cui gli altri ci percepiscono e noi stessi ci percepiamo e non è un bene.
Come venirme fuori?
Conclusione
Ragionandoci su sono convinto che Facebook sia una tecnologia, non neutrale, ma che possiamo usare con profitto e soddisfazione, purché l’uso sia equilibrato e consapevole. Non un surrogato di relazioni, ma un integratore. Non la nostra vita online, ma una parte. Non l’unico modo di comunicare con chi ci sta intorno, ma uno dei modi. Non il deposito integrale dell’archivio della nostra vita, ma una appendice di altri spazi, tra cui alcuni sotto il nostro completo controllo. Non una voragine del nostro tempo online, ma una parte del nostro modo di relazionarci con gli altri, insieme ad altre piattaforme. Non l’unico modo con cui ci presentiamo al mondo e in cui ci rispecchiamo, ma una tessera del mosaico della nostra identità, con altre tessere reperibili online e offline.
Se Facebook ha questo limitato spazio nella nostra vita (online) – ognuno stabilisce in coscienza e per se stesso quanto limitato – Facebook ha un valore e una utilità e aiuta a vivere meglio. Se non siamo capaci di controllarlo e ne diveniamo dipendenti e succubi, forse è bene staccare la spina, finché si è in tempo.














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