Il Manifesto in liquidazione? Perché non continuare online?

Ciclica come le stagioni, anche se con frequenza diversa, torna la crisi del Manifesto. Questa volta però sembra l’ultima spiaggia e l’opzione della chiusura è reale. Nuova mobilitazione quindi, per cercare di recuperare i soldi pubblici con i quali Il Manifesto e altri giornali di carta sono sopravvissuti negli ultimi anni. Un altro, Il Foglio, dopo aver paventato la chiusura, ha visto l’azionista principale sganciare un milione di euro per la causa e continuare a stampare il giornale ancora un po’. Il manifesto non ha azionisti danarosi, ma non ha neanche abbastanza lettori, tanto è che la direttrice nel suo appello di ieri invita i lettori a comprare il giornale tutti i giorni. Segno che qualcosa non va, al di là dei conti?

Da promotore del pluralismo dell’informazione (anni fa leggevo di tanto in tanto anche il Manifesto, per confrontarmi con le sue idee) non credo che l’interruzione dei finanziamenti pubblici e la chiusura del Manifesto siano l’unica strada. Possibile che un giornale debba campare con i miei/nostri soldi? Se non ha abbastanza lettori da giustificare costi di stampa e stipendi, perché non provare altre vie meno costose? Forse perché si rimane attaccati alla carta come un feticcio?

Il Manifesto, arrivato su internet tardi e male, non ha forse il retroterra culturale per cambiare passo e cogliere la crisi come una opportunità di cambiamento. Perché non passare ad un giornale più fresco e snello soltanto online? Meglio chiudere? Meglio mungere la tetta pubblica? Io dico che si può tentare o quanto meno di dovrebbe, prima di chiudere, se l’obiettivo è il pluralismo e non l’assistenzialismo. Come?

Con la crisi di Liberation, in Francia, è nato Rue89, sito di successo al punto tale da essere stato acquisito da un gruppo editoriale più grande. Rue89 è di sinistra, forse non estrema come il Manifesto, ma comunque della stessa parte politica. Di altro parliamo con France Soir e La Tribune, altri due giornali comunque passati dalla carta alla sola edizione online, per mancanza di risorse. Negli USA era già successo per altri giornali. Perché non in Italia? Perché non ci sono contributi pubblici per il digitale?

La questione è complessa e non voglio banalizzarla. L’informazione non è una merce come le altre, d’accordo, ma Il Manifesto non può autoproclamarsi l’ultimo baluardo dell’informazione libera, con la conseguenza che la collettività debba farsi carico delle spese e degli stipendi. Non è giusto! In Italia sono nati numerosi esperimenti di informazione online di grande rispetto. Sono giornali di serie B? Non è pluralismo anche questo? Se dovessero arrivare a non funzionare, sarebbe giusto finanziarli con fondi pubblici? Domande che mi faccio e che dovrebbe pure farsi Il Manifesto.

Norma Rangeri non dice comunque il vero. la crisi non è dal 2008 e la politica attuale non centra proprio nulla. Leggi cosa scrivevo nel giugno del 2006.

  • http://maxfabrizi.tumblr.com maxfabrizi

    Luca a mio parere i contributi pubblici non dovrebbero esserci per nessuno. Soprattutto i contributi senza un obiettivo. Dall’informazione all’agricoltura. Chi fa impresa deve avere ben presente il rischio d’impresa e farsene carico.

  • Pingback: StampacadabraWeek / Italia – 1 « Stampacadabra