Bloccare la pubblicità è autodifesa… e il futuro

Media & Social media

Da molto tempo uso tecnologie che bloccano la pubblicità navigando, sia da desktop, sia da mobile. Su desktop uso uBlock Origin e su Android uso AdBlock Browser.

Lo faccio per varie ragioni: non voglio essere distratto, soprattutto dai video pubblicitari e dai banner invasivi, non voglio attendere per il caricamento della pagina e da mobile voglio anche risparmiare dati. La ragione principale è che non voglio che la pubblicità occupi spazio nella mia mente e che riduca la mia attenzione, bene prezioso e limitato. Lo stesso vale per altri tipi di pubblicità, come gli spot pubblicitari, banditi da casa mia, visto che non vedo tv lineare da anni ormai. Non sai come si sta meglio, se non hai mai provato per un periodo sufficiente lungo a disintossicarti.

Si tratta di un comportamento poco etico? Niente affatto, dal mio punto di vista. Già adottando una app come Pocket, mi sono abituato a salvare articoli da leggere offline, senza la grafica e la pubblicità della pagina originale. Per gli inserzionisti è un risparmio di risorse, perché se non sono interessato, la spesa sarebbe comunque inutile. Gli editori e chi produce contenuti perde? In realtà ci sarebbero n ragioni per condannare un modello di business che ti spia, ti profila senza che nessuno te lo dica prima e che non ti lascia apparentemente scelta.

Da qualche tempo alcuni editori, ultimo Wired USA, hanno deciso di bloccare l’accesso a chi blocca la pubblicità. Nessun problema per me. Semmai dovesse veramente succedere (scommetto che salvando l’indirizzo della pagina su Pocket l’articolo si vede comunque, senza pubblicità), la scelta sarà facile: fonte eliminata e via su altri lidi. Le fonti di qualità, internazionali, sono tali e tante, che una in meno non cambierà l’offerta complessiva? Il web morirà di adblock? Chi morirà sarà chi non troverà un modello che fidelizzi il lettore e lo spinga a pagare per la qualità. La sfida non si vince certamente costringendo il lettore e ingoiare qualcosa che non vuole, in maniera coercitiva. Non sono l’unico a pensarlo. Chi parla è un giornalista, Bob Sacks:

I don’t want to be tracked by companies that want not only a large slice of my wallet but also the uninvited intrusion into my mind and how I’m thinking and where I am at any given moment. I am also offended that these unsought intrusions that slow down my web experience with bloated and unwanted downloads.

Sullo stesso argomento ho scritto un pezzo uscito sul primo numero dell’anno su Class, in edicola ancora per pochi giorni. Lo riporto a seguire:

Stop alla pubblicità che appare quando leggi un articolo, basta ai banner che interrompono la lettura e niente più video che sottraggono Mb al piano dati dello smartphone. Gli Italiani hanno scoperto come bloccare la pubblicità mentre navigano e non sono gli unici. Se solo il 12% dei nostri connazionali ha scoperto come si fa, in Germania siamo già al 33% ed è solo l’inizio. Da settembre fare a meno della pubblicità è diventato possible anche su iPhone e iPad, con applicazioni pensate a questo scopo. Chi naviga dal computer usa piccoli programmi (AdBlock il più popolare) pensati per Google Chrome o Mozilla Firefox, gratuiti e facili da usare. Se al fenomeno aggiungiamo l’arrivo di Netflix (film e serie on demand, senza interruzioni pubblicitarie) è facile immaginare come il mercato dei contenuti digitali siano destinato ad essere rivoluzionato molto presto.

L’avvento dei primi videoregistratori diede al consumatore il primo strumento per saltare gli spot pubblicitari. Oltre trent’anni dopo, il consumatore di media digitali può saltare la pubblicità su YouTube, gli annunci su Google e i banner sui magazine online, in maniera legale e senza fatica. Chi produce contenuti, editori per primi, deve fare i conti con un pubblico meno disponibile a essere distratto, ma più propenso a trovare alternative alla pubblicità. Due le risposte dell’industria: qualità e originalità. Solo in cambio di contenuti con queste caratteristiche gli utenti saranno disponibili a una pubblicità meno invasiva o ad aprire il borsellino. A perdere saranno i siti “copia e incolla”, a caccia di click facili senza offrire un vero valore aggiunto per l’utente. A vincere il consumatore, che avrà forse una scelta più limitata, ma certamente di maggiore qualità, libero di concentrare la propria attenzione su ciò che più lo coinvolge.

5 Commenti

  1. Pienamente d’accordo con te. Sono pronto ad abbonarmi per leggere e vedere contenuti di qualità e di interesse per me.

  2. Attento che AdBlock Browser in pratica è un proxy che effettivamente filtra le pubblicità, ma non sappiamo quali altre informazioni conservi (o, addiritttura, possa sostituire). Per questa ragione la Apple l’ha rimosso dallo store mentre ha mantenuto tutte le app di ad-blocking che si integrano direttamente nel sistema.
    Ciao,
    Emanuele

  3. Per questo motivo la cosa migliore è filtrare i contenuti web via file hosts.

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