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Olio di palma: dal frutto all’olio, un viaggio alla scoperta della filiera di produzione

Dal 19 al 23 Settembre 2016 sono stato in Malesia, a Kuala Lumpur e nelle regioni limitrofe, in un viaggio alla scoperta di come viene prodotto l’olio di palma, tanto discusso in questi giorni in Italia. Quali gli standard produttivi? Chi ci lavora? Esiste una filiera sostenibile? Chi la garantisce? Come si arriva dalla coltivazione della palma all’olio utilizzato dall’industria alimentare (e non solo) in tutto il mondo? A queste e altre domande voglio rispondere in questo post, raccontando la mia esperienza*, con le informazioni che ho raccolto in queste settimane. Preparati perché sarà un viaggio ricco di immagini e di umanità.

Il post è lungo e articolato. Ho cercato di riassumere i concetti più importanti di ogni fase di produzione, senza scendere in tecnicismi, mostrando tante immagini e qualche video, strutturando l’articolo nei seguenti punti:

  1. Il frutto della palma
  2. La piantagione di palme
  3. La raccolta dei frutti
  4. La spremitura nel molino
  5. Le condizioni dei lavoratori
  6. L’impianto di raffinazione
  7. Vari usi dell’olio di palma
  8. Stoccaggio e carico dell’olio verso L’Europa
  9. La filiera sostenibile: in cosa consiste
  10. Considerazioni finali

Il frutto della palma

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L’olio di palma, a differenza della maggior parte degli oli vegetali, viene prodotto dalla spremitura di un frutto, come per l’olio di oliva. Gli altri oli commerciali vegetali vengono da un seme. Questa sostanziale differenza spiega perché l’olio di palma è ricco di antiossidanti (come la frutta), di carotene e vitamina A (da qui il colore tendente al rosso). Tra le diverse specie di palma, ce n’è una coltivata a tale scopo. La palma ha un’altissima resa, purché coltivata all’equatore, dove la temperatura resta più o meno costante durante tutto l’anno, con un elevata quantità di piogge. Questo è il motivo, almeno parzialmente, della diversa resa per ettaro.

La resa degli oli vegetali

La Malesia, grande produttore di gomma, con l’avvento della gomma artificiale e il crollo dei prezzi, decide dal 1975 di incentivare la sostituzione di queste colture con la palma, per produrre l’olio di palma, con un programma che ha coinvolto la Banca Mondiale. Uno degli scopi era garantire la sussistenza delle popolazioni rurale, con una coltura che avesse permesso loro di vivere dignitosamente senza dover vivere in città. Oggi sono 5,4 milioni gli ettari coltivati, convertiti in larga parte dalla produzione di gomma e cocco. La storia della palma in Malesia va ancora più lontano nel tempo, ad opera di un francese che ne avvia la coltivazione nel paese nel 1870. Andando molto più indietro nel tempo, si registra l’uso di olio di palma 5000 anni fa, nell’antico Egitto, dove veniva usato per evitare che i contenitori in stagno si arrugginissero. Torniamo ora alla piantagione.

La piantagione di palma

Ho visitato una piantagione a qualche centinaio di chilometri a sud est di Kuala Lumpur, in un impianto ch comprende anche un molino. Fa impressione vedere palme a perdita d’occhio, un po’ come le piante di caffé in Brasile nelle regioni dove questa è la principale coltivazione. La piantagione visitata comprende palme per una superficie di 2214 ettari. In ogni ettaro si piantano circa 140 piante, a una distanza di almeno 10 metri l’una dall’altra. Ogni pianta viene sostituita dopo 25 anni, a rotazione, perché non ha più la resa ottimale. Ogni anno si piantano quindi nuovi esemplari, tra il 5 e il 10% del totale.

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Quelli che vedi sotto sono il ramo su cui sono attaccati tutti i frutti. I frutti crescono a circa un metro e mezzo da terra, quando la pianta ha 9-12 mesi e salgono fino all’altezza ottimale. La raccolta avviene continuamente, durante tutto l’anno.

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La raccolta dei frutti

La raccolta dei frutti avviene tutto l’anno, con un picco durante il mese di ottobre. Ogni gruppo di frutti può pesare da 15 a 18 kg, fino a 30 kg per la pianta più matura e col massimo livello di produzione. La raccolta è ad alta intensità di lavoro manuale, ragion per cui il settore impiega circa 3 milioni di persone solo in Malesia. La Malesia ha circa 30 milioni di abitanti e si può capire facilmente qual è l’impatto sociale di questa pianta nell’occupazione del paese. Paese che, tra parentesi, deve la maggior parte dei suoi ricavi dalla vendita di petrolio e gas naturale con Petronas, la compagnia nazionale posseduta al 100% dallo stato malese.

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Per staccare il gruppo di frutti si procede quindi con uno strumento che espone il frutto, una volta eliminate le foglie, e lo butta a terra. A differenza di altre colture su larga scala, qui non si possono impiegare le macchine e non ci sono innovazioni in tal senso, anche perché il costo della manodopera è relativamente a buon mercato.

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Durante la visita ho assistito a una dimostrazione della raccolta con la possibilità di scattare foto e video. Flickr non consente di riprodurre video in siti terzi, ragion per cui ti invito a cliccare sui seguenti link per vedere i brevi video:

Video 1

Video 2

Video 3

Da notare inoltre come tutta la materia organica venga lasciata sul terreno e non venga trasportata o smaltita altrove: le foglie di palma tagliate rimangono sul terreno e tornano terra. Seconda cosa da notare è la lotta biologica ai parassiti. Non si fa uso di sostanze chimiche, ma si coltiva una pianta che distrae il principale parassita e lo espone a un suo predatore naturale. Lo stesso vale per i topi e con il barbagianni, ospitato con nidi aritificiali, costruiti e distribuiti su tutta la superficie della piantagione.

La spremitura nel molino

Il frutto, una volta raccolto, viene caricato e trasportato nella parte dell’impianto dedicata alla spremitura. La spremitura è un momento chiave nell’economia dell’olio di palma perché la % che indica la resa è il vero fattore di sviluppo odierno, visto che la Malesia ha deciso di tutelare il 56% di superficie del paese coperta di foresta e impedire che venga utilizzata per nuove coltivazioni di palma.

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Nel processo di spremitura, dopo vari passaggi, si ottiene l’olio di palma crudo, che viene poi inviato in altri impianti per la raffinazione. Tutta la materia organica rimanente viene utilizzata in un modo o in un altro, con un 100% di utilizzo finale. Il nocciolo viene aperto: il guscio viene separato e bruciato come combustibile per la stessa fabbrica, permettendo di utilizzare la parte interna per produrre un altro olio. La parte legnosa viene ulteriormente seccata, creando un tappeto organico naturale che viene usato per stabilizzare i terreni. Tutto il resto diventa biocarburante, con l’obiettivo di rendere l’impianto autonomo sul piano del consumo di energia.

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Impressionante quindi come il processo produttivo tenda a non creare rifiuti, con un circolo chiuso in cui tutto quello che si raccoglie viene utilizzato in un modo o in un altro, senza scarti di lavorazione. Sull’album su Flickr ci sono molte più foto, anche sui semilavorati.

Le condizioni dei lavoratori

Il tour all’impianto è cominciato con una accoglienza veramente calorosa. Posso immaginare che la mia venuta, insieme a due rappresentanti di Ferrero, abbia spinto la direzione a curare ogni dettaglio della visita, compresa una stretta di mano con tutti i lavoratori che ci hanno accompagnato nella visita, una colazione tutti insieme, prima di una presentazione sulle norme di sicurezza dell’impianto, un piccolo spettacolo dei figli dei lavoratori, seguito dalla visita vera e propria a piantagione e impianto.

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Posso testimoniare, come mi era già capitato in altre regioni dell’Asia, che l’ospitalità da queste parti è sacra. L’incontro con i lavoratori mi ha fatto rendere conto di una caratteristica della Malesia, non scontata: i malesi sono affiancati da una percentuale molto alta sia di cinesi, sia di indiani. Nel mondo del business i cinesi si danno molto da fare e ne ho visti parecchi tra i colletti bianchi in questa e in altre aziende. In questo impianto lavorano e vivono 275 impiegati. Ho scritto vivono perché, considerando che l’impianto è localizzato nella Malesia rurale, povera di servizi, l’azienda offre gratis ai lavoratori un alloggio per tutta la famiglia, all’interno della superficie della piantagione.

Un po’ come altre grandi aziende offrono servizi ai propri lavoratori per migliorarne la qualità della vita e quindi anche la qualità del lavoro prodotto (Google ha massaggiatore, dentista e mensa con chef stellato nei suoi offici di Mountain View e non è l’unica ovviamente), anche qua è comune che un impianto simile abbia alloggi gratuiti per i dipendenti, come un piccolo villaggio, con asilo, spazi di culto (moschea e tempio), con aiuti per la famiglia, come lo zaino con il materiale per la scuola (school bag) per i figli dei lavoratori che cominciano l’anno scolastico e altri benefit in corrispondenza delle principali festività religiose, per ognuna delle principali religioni professate.

L’impianto di raffinazione

La visita all’impianto di raffinazione è avvenuta il terzo giorno (nel secondo ho parlato con altri soggetti del mondo dell’olio di palma di cui scriverò nei prossimi due post). A questo punto va evidenziato come i diversi impianti in genere hanno un diverso proprietario. Chi si occupa della produzione della palma non è di solito chi poi lo raffina o lo immette sul mercato. C’è un insieme di società con proprietà diverse, a volte incrociate. Questo aspetto rende poi complessa la certificazione della provenienza da piantagioni sostenibili, come vedremo più avanti.

La visita dell’impianto è stata breve ma affascinante. Tutto utilizza le tecnologie più moderne, impiegando lavoratori altamente professionalizzati, come controllano le varie fasi del processo produttivo da sale di controllo ad alto tasso di informatizzazione.

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Dalla foto non si nota, ma in queste sale vale l’usanza locale di togliersi le scarpe prima di entrare in casa (rischio freddo non c’è, considerando che stiamo quasi all’equatore). I lavoratori quindi sono scalzi o usano un paio di ciabatte come quelle che si portano in piscina. Ciabatte che ho indossato anch’io prima di entrare in questa e in altre sale di controllo.

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L’olio che arriva nella raffineria viene testato e controllato rispetto agli standard di qualità quando arriva con camion cisterna, attraverso un laboratorio con tecnologie avanzate. L’olio raccolto viene quindi inserito nel ciclo dell’impianto dove, attraverso un processo definito di cristallizzazione, viene prima portato a temperature bassissime, in cui diventa solido, e viene progressivamente separato tra parte solida e parte liquida aumentando la temperatura. L’olio di palma a temperatura ambiente è infatti semisolido. Questa sua caratteristica lo rende estremamente versatile nell’utilizzo industriale, come ingrediente dell’industria alimentare, ma usato anche nella cosmetica e in altri settori.

Separato in varie frazioni, l’olio viene stoccato e caricato poi su altri camion che provvedono poi a trasportarlo verso il porto, per essere poi spedito oltre mare, come vedremo poco più avanti.

Vari usi dell’olio di palma

20160922_115710t=”" title="" title="" title="t=">" title="<script>"> La filiera sostenibile sarà l'oggetto di una prossima puntata. Qui mi limito a evidenziare come il tutto sia il frutto finale di un processo complesso, considerando come gli attori del mercato sia numerosi. Una filiera in cui il prodotto passa in mani diverse, come lavorano per clienti finali diversi, richiede un impegno non da poco per certificare un prodotto finale che abbia determinate caratteristiche produttive. Ciò non è impossibile e l'organismo che si chiama RSPO, con cui ho avuto il piacere di confrontarmi, ha esattamente lo scopo di raccogliere tutta l'industria per renderla più sostenibile, per soddisfare la domanda che viene dal mercato e dai consumatori.

Considerazioni finali

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5 risposte su “Olio di palma: dal frutto all’olio, un viaggio alla scoperta della filiera di produzione”

Molto interessante Luca, non conoscevo tutte queste informazioni sulla filiera produttiva, anzi dovrei dire che non ne avevo nessuna idea.
Ormai la disquisizione olio di palma sì/no è arrivata ad un punto in cui credo che alla domanda “perché l’olio di palma ora non è più inserito negli alimenti?” in pochi penso che sappiano dare una risposta oltre il semplice “perché fa male”.
Grazie per questo contributo.

L’Articolo è ben fatto, ma bisogna sottolineare che per fare una piantaggione di palme deturpano l’ambiente naturale a discapito di piante ed animali nati li.

Caro Luca, il tema Olio di Palma e’ controverso e complesso. Associazioni come WWF e Greenpeace stanno da tempo lavorando sul tema per garantire una reale sostenibilita’ ambientale della filiera ma restano molti problemi aperti sull’affidabilita’ dei criteri RSPO per la tutela delle foreste primarie e le situazioni sono molto diverse. L’Indonesia ad esempio ha un approccio molto diverso dalla Malesia. IUCN ha indicato la crescita delle coltivazioni di Olio di Palma come principale cusa della deforestazione in Asia con perdita irreversibile di biodiversita’ e minaccia x l’Orango. Rallentare la crescita della domanda di olio di palma e’ indispensabile se l’obiettivo e’ salvare le foreste e la loro biodiversita’.

Nel merito della tua esperienza personale attenzione a considerare la complessita’ e diversita’ delle situazioni. Visitareuna grande azienda agricola biologica o biodinamica in Italia non rende tutta l’agricoltura europea “sostenibile”. La stessa cosa vale x l’olio di palma. Sono indispensabili maggiori garanzie da partedi RSPO in tutte le aree di produzione, ma una crescita continua delle piantagioni non potra’ essere mai sostenibile. Per questo ben vengano strategie basate sulla sostituzione dell’olio di palma quando e’ possibile x diversificare le fonti delle materie prime e non concentrare gli impatti su aree vulnerabili.

Sappiamo bene entrambi che il settore agroalimentare rappresenta una parte della domanda di olio di palma, molto inferiore rispetto ad esempio i biocarburanti ed i cosmetici, ma una strategia di diversificazione delle fonti delle materie prime deve interessare tutti i settori. Nessuno escluso. Sappiamo bene che per industrie come Ferrero il primo criterio di scelta e’ la sostenibilita’ economica nell’ambito di una valutazione costi/qualita’/benefici. Il settore agroalimentare puo’ essere direttamente condizionato dalle scelte dei consumatori che non possono invece agire direttamente su altre filiere, come i biocarburanti.

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