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Esperienze

Trump: è peggio di quanto immagini

Dopo oltre un anno, ormai ti sarai fatto un’idea di Trump come Presidente degli Stati Uniti. Per quanto questa idea possa essere negativa, Fuoco e furia ti lascerà a bocca aperta. Sto ascoltando l’audio libro ed è letto impeccabimente.

Seguono alcuni passaggi (presi dall’ebook), che mi sono rimasti impressi per la idiozia che dimostra imperare dentro la Casa bianca.

Quando il presidente prendeva in mano il telefono dopo cena, di solito era per tenere discorsi del tutto sconclusionati. Con tendenze paranoiche o sadiche, speculava sui difetti e le debolezze dei membri del suo staff. Bannon era sleale (per non parlare del suo aspetto: sciattissimo). Priebus era debole (per non parlare del fatto che era basso, un nano). Kushner era un leccaculo. Spicer era stupido (e anche lui aveva un aspetto terribile). La Conway era una piagnona. Jared e Ivanka non sarebbero mai dovuti andare a Washington. I suoi interlocutori, in gran parte perché trovavano la conversazione bizzarra, allarmante o lontana anni luce dalla ragionevolezza e dal buonsenso, spesso non ne comprendevano la natura riservata e ne condividevano il contenuto con qualcun altro. In questo modo le notizie sui meccanismi interni della Casa Bianca iniziarono a circolare liberamente.

Il 14 dicembre, a dispetto delle martellanti critiche espresse da Trump contro l’industria tecnologica nel corso di tutta la sua campagna, una delegazione di vertice della Silicon Valley arrivò alla Trump Tower per incontrarlo. Più tardi, quel pomeriggio, Trump telefonò a Rupert Murdoch, che gli chiese com’era andato l’incontro. «Oh, alla grande» rispose lui. «Davvero benissimo. Quei ragazzi hanno proprio bisogno di me. Obama non li ha favoriti granché: troppa regolamentazione. E adesso ho veramente la possibilità di aiutarli.» «Donald» obiettò Murdoch, «per otto anni quei “ragazzi”hanno fatto il bello e il cattivo tempo con Obama. In pratica erano loro a gestire l’amministrazione. Non hanno alcun bisogno del tuo aiuto.» «Prendi per esempio la questione dei visti H-1B. Di quelli non possono proprio fare a meno.» Murdoch gli fece notare che sarebbe stata dura conciliare un approccio liberal all’estensione dei permessi di lavoro con le sue promesse elettorali in merito all’immigrazione. La cosa, tuttavia, non sembrò preoccuparlo. «Un modo si trova» rispose. «Che razza d’imbecille» commentò Murdoch tra sé, con un’alzata di spalle, dopo aver riagganciato.

Già poco dopo l’insediamento Trump fece installare due schermi televisivi, in aggiunta a quello già disponibile, e una serratura sulla porta, scatenando un piccolo duello con i servizi segreti, che per motivi di sicurezza esigevano pieno accesso alla stanza. Rimproverò i domestici per aver raccolto da terra la sua camicia: «Se è sul pavimento significa che la voglio lì». Dopodiché impose una nuova regola tassativa: nessuno doveva toccare niente, soprattutto il suo spazzolino.

Inoltre sarebbe stato lui ad avvertire la lavanderia quando era il momento di cambiare le lenzuola e le avrebbe tolte dal letto con le sue mani. Eccezion fatta per le serate che passava con Steve Bannon, alle sei e trenta in punto si buttava a letto con un cheeseburger, telecomandi e telefono –questi ultimi i suoi veri canali di comunicazione con il mondo –e cenava guardando i suoi tre schermi televisivi e telefonando alla sua piccola cerchia di amici, in particolare Tom Barrack, che per parte loro prendevano nota dei suoi alti e bassi umorali e poi confrontavano gli appunti.

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