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Sorveglianza sanitaria sì, ma in mani pubbliche

Anche i colossi del Web si stanno muovendo fornendo i dati della mobilità degli utenti per contrastare il Coronavirus, iniziando dalla divisione Data for Good di Facebook.
“Se esiste una divisione che si chiama Data for Good, dati per il bene della società, vuol dire che tutto il resto viene usato con un obbiettivo diverso. Credo che tutti i dati riguardanti i cittadini dovrebbero esser usati sempre per il bene comune e per proteggere gli interessi di tutti. Il bisogno legittimo della raccolta di dati per il fatto che si pensi che lo stato attuale delle cose sia normale, fa parte di quella mentalità chiamata “inevitabilismo” che sta facendo più danni della stessa Silicon Valley. La sorveglianza di massa operata di giganti della tecnologia non è l’unica opzione possibile. Il digitale è un bene straordinario e le istituzioni pubbliche devono riappropriarsene. L’Unione Europea ha fatto un passo in avanti con il regolamento generale sui dati, il Gdpr, ma non è abbastanza. Ora, con la pandemia, abbiamo un’occasione straordinaria di rimediare”.

Repubblica ospita un’intervista a Shoshana Zuboff (paywall), autrice del libro di riferimento sul tema del capitalismo della sorveglianza.

Il messaggio che emerge è che questa potrebbe essere l’occasione giusta perché i governi prendano responsabilmente in mano la tecnologia della sorveglianza, soltanto a fini sanitari pubblici, limitando i giganti del tech, che fanno il bene degli azionisti ma non del pubblico.

Dibattito che continuerà nelle prossime settimane, almeno finché non emergeranno le prime soluzioni individuate per il tracciamento dei contagiati via smartphone.

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