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Il tuo primo ricordo? Non ricordo

– Qual è il tuo primo ricordo? – le chiedeva qualcuno.

E lei rispondeva: – Non mi ricordo.

Quasi tutti la prendevano per una battuta, altri sospettavano trattarsi di un’astuta scappatoia. Ma per lei era proprio cosí.

– So bene cosa vuoi dire, – replicavano i piú solleciti, pronti a spiegare e semplificare. – Che da un ricordo ne spunta sempre uno immediatamente precedente, ed è difficile afferrare proprio il primo.

Macché: non intendeva nemmeno quello. Il primo ricordo non è come il primo reggiseno o come il primo amico, o il primo bacio, la prima scopata, il primo matrimonio, il primo figlio, o il primo genitore che se ne va, o la prima improvvisa consapevolezza della straziante disperazione del genere umano; no. Non era un’entità solida e concreta che lo scorrere del tempo può arricchire di dettagli fantastici – la garza avvolgente di una nebbia, una nuvola carica di tuono, una ghirlanda – ma mai cancellare. Un ricordo, per definizione, non poteva essere una cosa, era… un ricordo.

Incipit di England England di Julian Barnes, Einaudi. Continue reading “Il tuo primo ricordo? Non ricordo”

Storia della mia ansia, il nuovo libro di Daria Bignardi

Daria Bignardi è forse l’unico personaggio televisivo, tra quelli che stimo, che genuinamente sa scrivere. Ha uno stile tutto suo, sa raccontare storie e, soprattutto, ha qualcosa da dire. Non fa leva sulla sua popolarità televisiva, per arrotondare pubblicando libri scritti da altri, ma scrive libri perché è anche una scrittrice.

Oggi esce Storia della mia ansia, il suo nuovo libro, e lo leggerò al più presto sulla fiducia, perché ha saputo conquistarla, negli anni.

Storia della mia ansia

I nativi digitali non esistono

Cosa significa l’espressione nativi digitali? Una persona che ha una immediata familiarità con un touch screen, smartphone o tablet, per navigare o giocare, oppure una persona che si muove con consapevolezza e agilità nella società digitale? Spesso si scambia la prima persona con la seconda, dando per scontato quindi che basta saper usare uno smartphone e le relative app più popolari per essere un cittadino digitale consapevole. Nella realtà non è così.

Chi ha un figlio nato nell’era degli smartphone si sarà convinto che tutti i giovani siano naturalmente dotati per navigare nell’era digitale, eppure non basta intuire come funziona un touch screen per vivere e sopravvivere nel nostro mondo. Non ho grandi numeri e ricerche da mostrare (ma non ce le ha neanche chi usa l’espressione nativo digitale con gusto), ma l’esperienza a contatto con centinaia di studenti universitari di 20-21 anni. Quello che vedo è un largo uso di tecnologia mobile e social network, insieme a una grandissima ignoranza su tutto quello che ci sta dietro. Economia dell’attenzione, monopoli e posizioni dominanti, dipendenza da notifiche, impossibilità a tenere una conversazione, collo chino e consapevolezza prossima allo zero su tutto quanto è manipolazione dei comportamenti e della psicologia umana da parte di app e social network.

Probabilmente il 90% di chi usa il termine nativo digitale è a sua volta inconsapevole e giudica soltanto le apparenze.

Prova, se ne hai l’occasione, di interrogare un nativo digitale sui meccanismi che stanno alla base di Facebook, Instagram, Twitter, Snapchat e l’economia dell’attenzione. Scommetto fin da ora che ciò che otterrai è una bella espressione di sorpresa.

Chi lavora per far crescere questa consapevolezza, nel mondo della scuola e nel mondo dell’università? Domanda che merita riflessioni, che non ho modo di aggiungere ora.

Ritorno alle origini, più un ragionamento su blog e social web

L’età d’oro dei blog personali si è chiusa da tempo. Con questa si è chiusa anche l’utopia del citizen journalism e del dialogo dal basso che genera conoscenza, cambiamento dal basso, ribaltando l’agenda dettata dai grandi media e dagli interessi che li governano, inclusa la politica e le lobby. 15 anni fa si sognava di poter influenzare l’opinione pubblica, attraverso il passaparola della blogosfera, amplificato dal potere dell’algoritmo di Google, che amava fortemente i blog, nel bene e nel male.

Cambia l’algoritmo e cambiano le abitudini

Negli anni l’algoritmo di Google è cambiato e quasi un terzo dei siti web è diventato un blog, considerando la quota di mercato di WordPress soltanto. I contenuti sono cresciuti in maniera esponenziale. Le aziende hanno cominciato a comunicare in massa e il pubblico televisivo è approdato in rete dalla porta del social web (o dovrei dire Facebook). Anche cittadini digitali emancipati e istruiti (tra cui la maggioranza dei blogger della prima ora) usano Facebook per ospitare testi lunghi e conversazioni visibili soltanto a chi è iscritto e loggato su Facebook, abbandonando di fatto il supporto all’open web. La grande conversazione si è spostata quindi dai blog a Facebook, su piattaforme proprietarie, senza particolari resistenze. I nuovi cittadini digitali non si pongono neanche il problema. Creano contenuti dove c’è interazione. Chi ha un interesse di business si è adeguato e ora è costretto ad aprire il borsellino per pagare per avere attenzione, ma lo fa ben volentieri, riducendo gli investimenti pubblicitari su altri mezzi (carta e pubblicità locale) meno misurabili e interattivi.

Addio rilevanza, ma non è cosa nuova

In questo scenario è onesto dire che questo blog ha perso la rilevanza conquistata nei primi anni. Il traffico in ingresso dai motori di ricerca si è notevolmente ridotto, non essendo più Pandemia l’equivalente di un giornale online specializzato frequentemente aggiornato, quale era questo spazio negli anni d’oro. Per scelta personale ho ridotto gli aggiornamenti, pensando di usare Twitter per commenti veloci e segnalazioni di link da conoscere. Per scelta personale ho azzerato la distribuzione di link sulla pagina Facebook e sul profilo LinkedIn, per non incentivare l’uso di piattaforme proprietarie. Per scelta ho deciso di togliere dalla mia rete personale su Facebook 4000 persone di cui ero amico, lasciando 50 persone amiche in giro per il mondo, lasciate poi a bocca asciutta, senza aggiornamenti per mesi e mesi.

In e out

Negli ultimi due anni, a corrente alternata, ho ripreso a bloggare con entusiasmo per alcune settimane o mesi, per poi tornare a un digiuno di pubblicazioni per altrettante settimane o mesi. La discontinuità non paga e il prezzo pagato per questa libertà è stato un calo drastico dell’interesse verso questo spazio. Come biasimare i lettori? Molti non se ne sono neanche accorti, col collo chino sul newsfeed del proprio profilo Facebook, già abbastanza ricco da non farsi domande su cosa non c’è più o su cosa sta altrove. Chi continua a frequentare questo spazio è perché probabilmente ha conosciuto il sottoscritto in questi 15 anni di presenza attiva sul web e in 10 anni di attività professionale a sostegno di organizzazioni e aziende. Una parte lo scopre da Twitter e una parte viene da Google, ma in quantità molto limitate.

Eureka!

Considerando questa fotografia, oggi ho avuto una illuminazione. Pensando che per questioni di ottimizzazione per i motori di ricerca, questo spazio dovesse essere popolato soltanto da articoli lunghi, articolati, ben formattati, originali e pensati sul lungo termine, ho finito per disaffezionarmi e scrivere con una frequenza a dir poco saltuaria. Quasi un lavoro. Chi c’è passato o chi ha letto qualche libro di psicologia sa bene che quando una passione si interseca con un compenso, il piacere diminuisce e il lavoro diventa quasi un peso. Non c’è più lo stesso trasporto e lo stesso entusiasmo.

Da oggi questo spazio subisce una nuova metamorfosi, come ne ha subite diverse. In termini cinematografici si potrebbe usare il termine reboot. Un riavvio, non partendo da zero, ma tornando a cosa questo blog è stato per anni, prima che nascesse lucaconti.it e decidessi di trasformarlo in uno spazio di conversazione intorno alla mia sfera professionale: internet, media, tecnologia e poi social media e marketing. Oggi voglio fare un passo indietro e provare (sì, è un tentativo, senza aspettative di successo sicuro) a riprendere il piacere della scrittura, qui e su lucaconti.it, con meno pressioni, per me, per intercettare eventualmente un pubblico con interessi e affinità culturali simili a me.

Stimoli culturali e niente di più

Se vorrò condividere qualcosa relativo a marketing, social media e temi di carattere professionale, lucaconti.it sarà lo spazio privilegiato che ospiterà questi contributi. Pandemia invece tornerà a ospitare suggerimenti di carattere culturale, che spaziano da articoli e link, libri, film, idee che vale (secondo me) la pena conoscere e approfondire. Se qualcuno troverà questi contenuti interessanti e vorrà diffonderli, condividerli, commentarli, ne sarò felice. Se no, sarò comunque contento di aver lasciato sul web qualche contributo volto a stimolare riflessioni, così da crescere tutti insieme, un passo per volta.

Non mi interessa arrivare primo su Google, né di raggiungere x visitatori o fare x pagine viste. Questo spazio parla di me e contribuisce certamente alla mia immagine, ma non ha alcun obiettivo di business da raggiungere. Aggiungerò immagini quando le troverò utili, ma non sempre. Niente commento all’attualità fine a se stesso, niente ricerca di visibilità per personal branding. Chi vuole raggiungere questi obiettivi usa scientificamente Facebook e il formato video per poi vendere qualcosa. Legittimamente per altro. Pandemia non è e non sarà niente di questo. Non ho intenzione di correre in questa competizione. Non è una novità. Tornerò a distribuire i link dei miei post, ma non pubblicherò contenuti nativi, se non su Twitter, ma con moderazione. Chi vuole veramente conversare con me può farlo qui. Il motivo per cui ho cominciato a scrivere online è stato il piacere di condividere. A questo si è aggiunta la consapevolezza che la scrittura online è una palestra che aiuta a chiarire le proprie idee e a comunicare meglio, in forma scritta e non. Negli anni ho perso questa abitudine e oggi è il momento di riprenderla, senza inibizioni e senza obiettivi specifici.

Ci divertiremo.

Nissan LEAF: uno sguardo al futuro della mobilità sostenibile

Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di partecipare a una conferenza stampa dove Nissan Italia, insieme a Enel X, ha mostrato il futuro della mobilità sostenibile e dell’innovazione tecnologica nel settore automotive, con la presentazione della nuova Nissan LEAF. L’incontro ha dato modo a Bruno Mattucci, Presidente e Amministratore delegato di Nissan Italia, di ragionare sul 2018 dell’auto elettrica, come ho già raccontato nell’intervista già pubblicata. In questo post mi concentro invece sulla Nissan LEAF e gli aspetti innovativi sul piano della tecnologia e sullo scenario di mobilità sostenibile in cui si inserisce, incluso l’utilizzo domestico della batteria. Continue reading “Nissan LEAF: uno sguardo al futuro della mobilità sostenibile”