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App, servizi, consigli e pratiche per vivere meglio con il digitale

Come non fare niente

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Stare senza far nulla, nell’era in cui appena ci annoiamo abbiamo un riflesso pavloviano e prendiamo lo smartphone in mano, è un’impresa. In questo senso il libro di Jenny Odell How to do nothing è manna dal cielo. L’inizio promette molto bene:


Nothing is harder to do than nothing. In a world where our value is determined by our productivity, many of us find our every last minute captured, optimized, or appropriated as a financial resource by the technologies we use daily. We submit our free time to numerical evaluation, interact with algorithmic versions of each other, and build and maintain personal brands. For some, there may be a kind of engineer’s satisfaction in the streamlining and networking of our entire lived experience. And yet a certain nervous feeling, of being overstimulated and unable to sustain a train of thought, lingers. Though it can be hard to grasp before

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La fine della fine della terra

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La fine della fine della terra è una raccolta di articoli e brevi saggi. Alcuni sono brillanti, altri noiosi. Vale la pena prenderlo in biblioteca e leggere solo gli articoli che ti interessano, tra critica sociale, cambiamenti climatici e birdwatching.

Un paio di brani:

Kierkegaard, in Aut-Aut, prende in giro l’«uomo indaffarato», per il quale darsi da fare è un modo per evitare di guardare a se stesso con sincerità. Magari vi svegliate di notte e vi accorgete di sentirvi soli nel vostro matrimonio, o di dover pensare a ciò che i vostri consumi stanno facendo al pianeta, ma il giorno dopo avete un milione di piccole cose da fare, e il giorno dopo un altro milione. Finché sarete impegnati con le piccole cose, non dovrete fermarvi ad affrontare le questioni piú grandi. Scrivere o leggere un saggio non è l’unico modo per fermarvi a riflettere su chi siete davvero

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Ogni momento è unico e irripetibile

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Nella nostra epoca, la collera è scatenata da situazioni che troviamo sbagliate o inique. Se passiamo all’attacco rischiamo di perdere il controllo e di peggiorare il problema, poiché a quel punto la parte avversaria si sente minacciata e contrattacca a sua volta. Se reprimiamo l’ira, facciamo del male a noi stessi. Possiamo aggredire o trattenerci, ma in entrambi i casi la rabbia è un’emozione distruttiva. Lo diceva già Buddha: «Essere adirato è come afferrare un tizzone ardente per scagliarlo contro qualcuno. Ma chi si scotta sei tu».

Libro breve, ma ricco di perle.

Vivere per lavorare non è una bella cosa

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Vivi per lavorare o lavori per vivere? Andrew Taggart sintetizza perfettamente perché il lavoro come misura di tutte le cose è un concetto dannoso, per non dire altro. Io non sono il mio lavoro. Posso amarlo, ma la mia vita e la mia identità comprende molto altro.

C’è stato un periodo della mia vita in cui io ero il mio lavoro. Da tempo non è più così e non ho assolutamente alcuna intenzione di tornare indietro. Se la prima domanda che mi fa uno sconosciuto, appena incontrato in un contesto sociale, è “che lavoro fai?“, questo non parte per niente bene.

And how, in this world of total work, would people think and sound and act? Everywhere they looked, they would see the pre-employed, employed, post-employed, underemployed and unemployed, and there would be no one uncounted in this census. Everywhere they would laud and love work, wishing

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