Il vitello da latte

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Succede in Australia. In Italia spero sia diverso, ma il problema persiste. Il consumo di latte (e del formaggio, industriale) comporta delle conseguenze. Pensaci.

In Australia, you can kill a calf with a blow from a hammer (‘blunt force’) at a point between the eyes and ears – legally according to the RSPCA – and deep-bury or compost the body on your farm.

Why would you want to do that to an otherwise healthy calf? Because it’s a boy calf born to pure-bred milking cows, that’s why.

Around 400,000 male calves are born on dairy farms every year in Australia, and with little market for them, some farms don’t even bother sending them to slaughter. After transportation and kill fees, some farmers only get about $10 per head for a five-day old calf, at certain times in the economic cycle.

Matthews Evans, On eating meat

Per chi non conosce l’inglese, sopra si dice che i vitelli maschi, nati in allevamenti da vacche da latte, vengono uccisi con una martellata in testa, perché non conviene neanche portarli al macello.

La nuova direttiva contro la plastica è legge

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Il feed RSS del think tank del Parlamento europeo è prezioso. Da questo ho scoperto che la direttiva per la riduzione della plastica in Europa è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea e che quindi gli stati hanno ora due anni per trasformarla in legge nazionale.

Illuminante tutto il percorso con cui è stata costruita e le azioni conseguenti previste, dalla messa al bando di alcuni oggetti in cui c’è già un mercato alternativo, alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica per la riduzione per altri oggetti.

Da parte mia non voglio più dover comprare una bottiglietta di plastica quando sono fuori casa, portando sempre una bottiglia di metallo, riutilizzabile. Sull’usa e getta, capita sempre più spesso di vedere già una diffusione di utensili e piatti di mais o carta compostabile, in Italia e anche altrove.

C’è da accelerare il passo, perché siamo già nei guai, purtroppo. Ognuno deve fare la sua parte.

Il piacere dell’abbandonare i libri che non piacciono

Varie

Dalla lettura di Come un romanzo, di Daniel Pennac, la mia vita di lettore è cambiata. Ho capito che leggere deve sempre essere un piacere, altrimenti ti passa la voglia. Ho capito che abbandonare un libro che non piace è un diritto e non c’è niente di sbagliato nel farlo.

Nelle ultime settimane ho ripreso ad applicare questo diritto di lettore, in maniera più estrema rispetto al passato. Ho abbandonato più libri di quanti ne abbia finiti, nell’ultimo mese, ma è stato fantastico. Fantastico perché ho letto tanto, senza contare quanti libri letti o quante pagine lette, e tra i libri apprezzati ho trovare delle perle poco note al grande pubblico, come Io odio Internet di Kolbek. Capolavoro, che dovresti leggere anche solo perché usi internet nel 2019. Fidati.

Ho capito se, letto il 10-30% di un libro, non c’è empatia verso i personaggi (gli inglesi usano l’espressione investment) è inutile continuare ed è meglio cambiare libro. Altrimenti finirai per trascinartelo contro voglia e leggerai meno. Considerando che leggere un romanzo non è compito di scuola (e anche se lo fosse, sarebbe sbagliato costringere a leggere qualcosa), meglio passare ad altro. Tra gli abbandonati senza rimpianti ci sono stati:

  • Cari mora di Thomas Harris: sono un grande fan del primo Harris, prima che il successo di Hannibal gli desse alla testa. Il nuovo libro è assolutamente perdibile. Abbandonato dopo un terzo, perché se non ti sei già appassionato ai personaggi, non ti appassioni più e perché continuare quindi?
  • Il nipote di Wittgenstein e Camminare di Thomas Bernhard: seppur siano libri brevi, li considero illeggibili. Probabile prenda anche gli altri di Bernhard e li metta tutti come letti. In entrambi lo stile è ripetitivo a dir poco.Se questa è la cifra che rende originale Bernhard, per me lo rende illeggibile. Giocare con le parole, per ripetere lo stesso concetto, negando la stessa frase o usando un tempo diverso, diventa masturbatorio. Senza offesa per quelli a cui piace.
  • Chi manda le onde di Fabio Genovesi: lo avevo già abbandonato una volta, ma l’ho voluto riprendere in mano dopo che due cari amici me lo hanno caldeggiato come uno dei loro preferiti di sempre. Con un’amica l’ho sintetizzato come “riso amare sulle tristezze italiche”. Se questo sport ti diverte, il libro ti piacerà un sacco. Non essendo il mio sport preferito, anzi, al 16% ho deciso di mollarlo. C’è da dire anche che la storia di una mamma e di una figlia non è esattamente la storia con cui io posso sviluppare più facilmente empatia. Ci sta. Genovesi poi usa uno stile brillante per raccontare il quotidiano, per sdrammatizzare temi seri. A me non sembra né impegnato, né divertente, ma sono io.
  • Turista per caso di Anne Tyler: mi ricordavo di aver visto il film, un secolo fa, e avevo sentito parlare bene del libro. Sono arrivato a un quarto e, mancando empatia nel personaggio (difficile da amare), ho deciso che non avevo voglia di continuare. Ho altri 6000 libri da leggere e 300 prioritari già selezionati. Posso divertirmi con altro.

Proprio perché ho abbandonato tutti questi romanzi, con ancor più soddisfazione ho apprezzato altri due libri, letti negli scorsi due weekend: Sunburn di Laura Lippman e Persone normali di Sally Rooney. Due libri letti entrambi in due giorni ognuno.

Torno a leggere e a vedere se trovo il libro giusto per questo weekend. Ne ho cominciati altri due, ma ho l’impressione che siano da abbandonare…

Buona lettura e… buon abbandono.

P.S.

Abbandonare un libro, quando se ne leggono pochi e ognuno è stato acquistato, magari a prezzo pieno, tira un po’, lo capisco. Il senso di “l’ho comprato e ora lo devo leggere” è comprensibile, ma dannoso. Torniamo al concetto di dovere contro piacere. Per far venire meno questo fenomeno, la soluzione è la bibblioteca. Ne prendi in prestito due o tre che ti ispirano e abbandoni quello che non ti piace, continuando a leggere, senza sensi di colpa.

Nascondere le applicazioni ti cambia la vita

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Apex Launcher, l’app per Android che permette di personalizzare la home dello smartphone e il lancio delle applicazioni ha introdotto una funzione perfetta per aggiungere quel piccolo attrito sufficiente a cambiare comportamenti. Per non prendere il telefono in mano e, lasciandosi andare alla noia momentanea, avviare la prima app informativa che ti viene a genio (Twitter, Feedly, Repubblica+, il browser, l’app del tuo magazine preferito, Pocket o il New York Times), basta aggiungere queste app alle app nascoste e ovviamente averle già cancellate o non averle inserite nella home.

A questo punto, ogni volta che la noia prende il sopravvento e ti trovi il telefono in mano, le uniche app che posso lanciare sono il meteo, il lettore di ebook, la programmazione del cinema, l’app per il fitness e altre app che non contengono flussi di informazioni (banca, Spotify, telefono, messaggi, Signal). L’unica tentazione viene dall’avviare una conversazione su WhatsApp, ma su questo ho sto migliorando.

Se proprio devo avviare il browser o controllare Twitter per lavoro, posso andare sulle impostazioni e sbloccare l’app da controllare, ma lo sforzo richiesto fa sì che lo faccia solo c’è un vero motivo contingente. Se è noia, al più apro l’ebook reader e leggo un brano di qualcosa che ho in lettura. Neanche a dirlo, da quando ho reso drastico questo esperimento, togliendo qualsiasi flusso, browser compreso, il tempo perso sullo smartphone si è ridotto enormemente. Se qualcuno mi manda un link, l’app relativa si apre e posso verificare, quindi nessuna riduzione della comunicazione. Ciò che è ridotto è il tempo del cazzeggio, a favore della lettura di libri, sul telefono, sull’ebook reader o con un libro di carta, a seconda delle circostanze.

Basta aggiungere un piccolo scalino, una spinta gentile, e la vita cambia. Pensaci… e magari prova. Ne vale la pena.

In che mondo viviamo…

Esperienze

Sono un grande amante dei viaggi e sono stato nel Sud Est Asia più di una volta nella mia vita. Per quanto in Italia e in Europa ci possiamo sforzare a incentivare pratiche meno insostenibili, il resto del mondo in via di sviluppo non ci viene dietro abbastanza velocemente. I consumi si impennano e la curva del riciclaggio e degli standard non si impenna altrettanto, purtroppo.

Tre esempi presi poco fa dal Guardian. In Thailandia si macellano i maiali con la massima crudeltà. In Cambogia c’è un solo macello, con pratiche comparabili e che preferisco non commentare. Le spiagge del Vietnam cominciano a essere invase dalle confezioni in Tetra-Pak dell’industria alimentare e non c’è nessuno che separa e ricicla, perché costa troppo.

Non c’è neanche da prendersela con l’Asia, perché gli USA, quelli che sulla carta hanno più risorse, hanno un tasso di riciclaggio in calo e un livello di consumo n volte superiore. Basti pensare al fenomeno del coffee to go, che negli USA è la norma, con miliardi di bicchieri e coperchi che vanno in discarica o nei fiumi e nell’oceano.

Per quanto la nostra coscienza ambientalista sta crescendo, i danni che abbiamo già fatto sono enormi e, pur con lo sforzo dei media e delle organizzazioni no profit e del governi (alcuni), stiamo solo rallentando, ma non abbiamo invertito la tendenza. Il motivo è semplice: far emergere i costi ambientali significherebbe tassare i prodotti, qualsiasi prodotto industriale, tanto da causare effetti recessivi evidenti. Il modello di sviluppo non va. Non è popolare dirlo, ma è così. La tecnologia non ci salverà. Aumenterà l’efficienza del consumo di risorse, ma ne consumeremo comunque troppe.

Non si tratta di essere pessimisti, ma realisti. Le scelte etiche sono possibili, ma difficili e impopolari. Nel gergo aeronautico si usa l’espressione “brace for impact”. Ci siamo capiti.