Dimostro l’età che ho e va bene così

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Vivi meglio

UN tempo chiedere l’età a una signora era considerato maleducazione.

Oggi la stessa cosa succede quando la chiedete a un over sessantacinque. Dà fastidio.

Oppure se ci dicono: «Come porti bene la tua età». Perché dietro quello che a prima vista sembra un complimento, pare nascondersi una forma di giudizio.

Che male c’è a dimostrare la propria età, o meglio se si dimostra un’età inferiore a quella di nascita?

C’è chi non si scompone, chi gioisce perché si considera fortunato, così come molti non apprezzano la domanda.

Quando non credono ai miei anni, e vogliono vedere la carta d’identità, me la cavo con una battuta. Mi tolgo vent’anni e rispondo: «In realtà ho sessantatré anni, ma purtroppo li porto malissimo, perché ho avuto una vita molto difficile e faticosa». Un modo per scherzarci sopra.

Caterina Serra, su un articolo dell’Espresso, afferma che parlare sempre di età serve a esorcizzare la paura di non essere più desiderati: «È facile sentire parlare di età. ‘Ho una certa età.’ ‘Alla mia età.’ ‘A questa età.’ ‘Non dimostra la sua età.’ ‘Non ha età.’ ‘Con l’età.’ Una ossessione».

Perché ce l’abbiamo tanto con l’età? Perché ci induce alla tristezza? Ci rammenta che dovremo morire?

O soltanto perché ci costringe a ragionare sulle occasioni perdute, sul tempo che non tornerà più, sulle scelte che non abbiamo fatto. Ed ora è tardi. Troppo tardi.

Mai come in questi casi vale il motto latino carpe diem, cogli l’attimo, non farti sfuggire quello che ora c’è.

Considerazioni tratte da L’età della gioia di Gian Marco Bragadin, che faccio mie.

40 libri per 40 emozioni, in un solo libro

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40 libri per 40 emozioni è un libro memorabile, scoperto per caso. Se non altro per lo stimolo leggero, con 40 citazioni da altrettanti libri, per coltivare 40 emozioni. Un libro da assaporare.

La conoscenza della vita interiore non ci renderà più efficaci o efficienti: se è solo questo che cerchiamo, meglio scegliere altri metodi. Approfondirà invece in noi il gusto per la vita e ci renderà più umani: vi sentite umani, quando non avete nemmeno più il tempo di fermarvi a riflettere, a provare sensazioni, a respirare, guardare, esistere? Se non fate altro che lavorare, consumare, agitarvi in tutti i sensi, vi sembra di essere umani o vi sentite invece degli zombie o dei robot?

Ascoltiamo ancora Christian Bobin che ci parla della vita interiore: «Entrando in questo regno, bisogna abbandonare ogni riferimento al mondo esteriore, dove tutto è governato dalla folle esigenza dell’efficacia. Non si tratta più di fare una cosa invece di un’altra, ma di sentire il passaggio della vita dentro di noi».

Avete voglia di sentire la vita che passa dentro di voi?

Una citazione da un libro la prendo invece per “la lieve ebbrezza”:

«Se mi manca qualcosa,

non è il vino, ma l’ebbrezza.

Cerca di capirmi: degli ubriachi voi non conoscete

che i malati, quelli che vomitano, o i bruti

o quelli che cercano ad ogni costo la rissa;

ma ci sono anche i principi in incognito che s’indovinano

anche se non si riesce a identificarli […] Per loro

l’alcol introduce nella vita una nuova dimensione

[…] una specie di breve intervallo […]

che non è altro che un’illusione,

ma un’illusione voluta…»

ANTOINE BLONDIN,
Quando torna l’inverno