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Uscita di Naturalmente vol. 4

Agire ora contro l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche prima che il pescatore diventi una specie a rischio. Questo è stato il principio che ha ispirato l’Unione Europea nel varare nel dicembre scorso la riforma della politica europea del settore della pesca per i prossimi dieci anni. L’Italia è uno dei paesi maggiormente coinvolti da questa riforma, sia per le trasformazioni necessarie per la riconversione delle flotte, sia per l’interesse del consumatore a continuare a trovare in pescheria il proprio pesce preferito.

L’industria italiana della pesca è al sesto posto in Europa per dimensione e al secondo posto tra i beneficiari di contributi dell’UE. Le attività di lavorazione del prodotto pescato impiegano circa 6.400 persone, per la maggior parte donne. La flotta italiana (16.522 pescherecci) è al secondo posto tra i paesi dell’UE per numero di imbarcazioni attive nel Mediterraneo: al primo posto c’è la Grecia, con oltre 20.000 navi, seguita da Spagna, Portogallo e Francia. I pescherecci italiani sono piuttosto vecchi, con un’età media di 23 anni. Le navi più vecchie sono le cosiddette ‘strascicanti’ di cui ben il 65% ha oltre 20 anni di attività; le più moderne, quelle che utilizzano altri metodi, hanno in media 16 anni. L’ 80% della flotta italiana è costituita da piccole imbarcazioni. La cosiddetta ‘piccola pesca’ cattura pesce destinato al consumo interno, con una bassa concentrazione di capitali ma un’altissima densità di lavoro.

Il consumo di pesce da parte degli italiani negli ultimi anni è più che raddoppiato. Il mercato del pesce italiano dipende per oltre la metà dei consumi interni da ciò che viene importato: questa dipendenza è un chiaro sintomo anche dell’esaurimento in corso delle nostre ‘scorte’. Tutto ciò riguarda sia il consumo finale di pesce, sia la materia prima da destinare all’industria di trasformazione. A fronte di una produzione interna pari a circa 760 mila tonnellate, il livello di importazione è di 670 mila tonnellate; considerati i livelli produttivi nazionali e l’intensa attività di importazione, il grado di approvvigionamento interno raggiunge appena il 58% del consumo nazionale.

L’industrializzazione di questo importante settore produttivo ha trasformato in questi ultimi decenni gli uomini che ci lavorano in semplici ‘operai’ del mare. L’età media degli addetti aumenta progressivamente a seguito del mancato ricambio generazionale: le giovani generazioni manifestano uno scarso interesse per questa attività e tendono ad interrompere la tradizione familiare. L’età in cui la decisione ad investire nell’acquisto dell’imbarcazione viene assunta, rappresenta un indicatore della scarsa propensione a continuare l’attività familiare. Da una indagine si è stimato che tale decisione viene presa all’età di 38 anni.

Con i finanziamenti europei le imbarcazioni da pesca sono diventate sempre più potenti: ogni anno il cosiddetto ‘sforzo di pesca’ della flotta italiana aumenta del 7%. Le moderne flotte usano tecnologie sofisticatissime, nate per le applicazioni militari, come i sistemi di navigazione satellitari e la mappatura dei fondali con i sonar. Per identificare meglio i banchi di pesce si usano persino gli ecoscandagli con plotter cartografico a colori. Lo sforzo esercitato in termini di tonnellaggio supera, in alcuni casi in maniera consistente, la quota della produzione attribuibile alla flotta locale. Questa ‘guerra del pesce’ è in corso in tutti i mari del mondo.

Vittime dell’eccesso di pesca dei nostri mari sono in particolare acciuga, merluzzo e triglia. Acciuga. Si è verificata una diminuzione dello stock nel 1996. Attualmente si pesca il 25% della biomassa. Merluzzo. Lo stock è attualmente ridotto al 16% di quello originario. Triglia. Con l’attuale pressione di pesca esiste un serio rischio di collasso dello stock. I biologi chiedono la chiusura totale alla pesca della fascia costiera di 3 miglia, la deposizione di barriere artificiale anti-strascico, una sensibile riduzione dello sforzo di pesca e un controllo intenso di tutte queste misure da parte delle autorità.

L’Unione europea, grazie alle pressioni esercitate sui paesi membri dalle organizzazioni non governative, ha varato nel 2002 una riforma che prevede misure volte a ridurre la pressione della pesca commerciale sugli stock di pesce dei mari europei. Prima applicazione della riforma della politica comune è la recente proposta della Commissione europea di un piano a lungo termine per la ricostituzione del merluzzo bianco. Nonostante le misure attuate negli ultimi due anni infatti, continua ad essere prelevato dagli stock più merluzzo di quanto riesca a riprodursi. Le misure prevedono quantitativi di cattura ridotti, limitazioni dello sforzo di pesca e norme specifiche in materia di sorveglianza e controllo intese ad assicurarne l’attuazione. Si prevede di conseguire l’obiettivo di un livello sostenibile di merluzzo entro un arco di tempo di cinque – dieci anni. Questo piano pluriennale è il primo di una serie di piani a lungo termine di ricostituzione e di gestione che la Commissione proporrà in funzione delle esigenze dei vari stock Il prossimo piano sarà indirizzato allo stock di nasello.

Ciò che non leggerete mai (forse)

Agire ora contro l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche prima che il pescatore diventi una specie a rischio. Questo è stato il principio che ha ispirato l’Unione Europea nel varare nel dicembre scorso la riforma della politica europea del settore della pesca per i prossimi dieci anni. L’Italia è uno dei paesi maggiormente coinvolti da questa riforma, sia per le trasformazioni necessarie per la riconversione delle flotte, sia per l’interesse del consumatore a continuare a trovare in pescheria il proprio pesce preferito.

L’industria italiana della pesca è al sesto posto in Europa per dimensione e al secondo posto tra i beneficiari di contributi dell’UE. Le attività di lavorazione del prodotto pescato impiegano circa 6.400 persone, per la maggior parte donne. La flotta italiana (16.522 pescherecci) è al secondo posto tra i paesi dell’UE per numero di imbarcazioni attive nel Mediterraneo: al primo posto c’è la Grecia, con oltre 20.000 navi, seguita da Spagna, Portogallo e Francia. I pescherecci italiani sono piuttosto vecchi, con un’età media di 23 anni. Le navi più vecchie sono le cosiddette ‘strascicanti’ di cui ben il 65% ha oltre 20 anni di attività; le più moderne, quelle che utilizzano altri metodi, hanno in media 16 anni. L’ 80% della flotta italiana è costituita da piccole imbarcazioni. La cosiddetta ‘piccola pesca’ cattura pesce destinato al consumo interno, con una bassa concentrazione di capitali ma un’altissima densità di lavoro.

Il consumo di pesce da parte degli italiani negli ultimi anni è più che raddoppiato. Il mercato del pesce italiano dipende per oltre la metà dei consumi interni da ciò che viene importato: questa dipendenza è un chiaro sintomo anche dell’esaurimento in corso delle nostre ‘scorte’. Tutto ciò riguarda sia il consumo finale di pesce, sia la materia prima da destinare all’industria di trasformazione. A fronte di una produzione interna pari a circa 760 mila tonnellate, il livello di importazione è di 670 mila tonnellate; considerati i livelli produttivi nazionali e l’intensa attività di importazione, il grado di approvvigionamento interno raggiunge appena il 58% del consumo nazionale.

L’industrializzazione di questo importante settore produttivo ha trasformato in questi ultimi decenni gli uomini che ci lavorano in semplici ‘operai’ del mare. L’età media degli addetti aumenta progressivamente a seguito del mancato ricambio generazionale: le giovani generazioni manifestano uno scarso interesse per questa attività e tendono ad interrompere la tradizione familiare. L’età in cui la decisione ad investire nell’acquisto dell’imbarcazione viene assunta, rappresenta un indicatore della scarsa propensione a continuare l’attività familiare. Da una indagine si è stimato che tale decisione viene presa all’età di 38 anni.

Con i finanziamenti europei le imbarcazioni da pesca sono diventate sempre più potenti: ogni anno il cosiddetto ‘sforzo di pesca’ della flotta italiana aumenta del 7%. Le moderne flotte usano tecnologie sofisticatissime, nate per le applicazioni militari, come i sistemi di navigazione satellitari e la mappatura dei fondali con i sonar. Per identificare meglio i banchi di pesce si usano persino gli ecoscandagli con plotter cartografico a colori. Lo sforzo esercitato in termini di tonnellaggio supera, in alcuni casi in maniera consistente, la quota della produzione attribuibile alla flotta locale. Questa ‘guerra del pesce’ è in corso in tutti i mari del mondo.

Vittime dell’eccesso di pesca dei nostri mari sono in particolare acciuga, merluzzo e triglia. Acciuga. Si è verificata una diminuzione dello stock nel 1996. Attualmente si pesca il 25% della biomassa. Merluzzo. Lo stock è attualmente ridotto al 16% di quello originario. Triglia. Con l’attuale pressione di pesca esiste un serio rischio di collasso dello stock. I biologi chiedono la chiusura totale alla pesca della fascia costiera di 3 miglia, la deposizione di barriere artificiale anti-strascico, una sensibile riduzione dello sforzo di pesca e un controllo intenso di tutte queste misure da parte delle autorità.

L’Unione europea, grazie alle pressioni esercitate sui paesi membri dalle organizzazioni non governative, ha varato nel 2002 una riforma che prevede misure volte a ridurre la pressione della pesca commerciale sugli stock di pesce dei mari europei. Prima applicazione della riforma della politica comune è la recente proposta della Commissione europea di un piano a lungo termine per la ricostituzione del merluzzo bianco. Nonostante le misure attuate negli ultimi due anni infatti, continua ad essere prelevato dagli stock più merluzzo di quanto riesca a riprodursi. Le misure prevedono quantitativi di cattura ridotti, limitazioni dello sforzo di pesca e norme specifiche in materia di sorveglianza e controllo intese ad assicurarne l’attuazione. Si prevede di conseguire l’obiettivo di un livello sostenibile di merluzzo entro un arco di tempo di cinque – dieci anni. Questo piano pluriennale è il primo di una serie di piani a lungo termine di ricostituzione e di gestione che la Commissione proporrà in funzione delle esigenze dei vari stock Il prossimo piano sarà indirizzato allo stock di nasello.

Un successo la petizione contro la caccia nei parchi

Come si può leggere sul sito del WWF ITALIA dedicato all’iniziativa:

Il 15 maggio è stata chiusa la petizione ‘No alla caccia nelle aree protette’. Sono stati 57.000 i cittadini che da Dicembre hanno dato la propria adesione, permettendo l’invio di 798.000 email ai 14 deputati e senatori destinatari della petizione: un risultato eccezionale reso possibile da tutti voi!
Un grazie anche da Pandemia, che ha ospitato il banner della petizione per diverse settimane.