Categorie
Formazione permanente

La correlazione tra pandemia e distruzione degli ecosistemi

When we capture wild animals from their natural homes to put them into trade and sell them in animal markets, they undergo a great deal of tension, Johnson said. “And when that happens, they’re more likely to produce high numbers of viruses that they might be infected with,” she added. Higher numbers of viruses mean greater viral shedding, which is the expulsion and release of excretions infected with the virus. So being around captured, stressed animals exposes people to higher virual loads and a greater chance of catching the virus than if we were to have contact with them in the wild, Johnson said.

CNN

Semmai qualcuno avesse avuto qualche dubbio, più riduciamo gli ambienti naturali sul pianeta, più aumenta il rischio di passaggio di specie di nuovi virus. Non è così difficile da capire…

Questo blog post è parte della bloghchain sul COVID-19

  1. Coronavirus – Risorse utili per informarsi meglio
  2. L’universalità del virus
  3. Il tasso di mortalità da Coronavirus che non torna: confronto Italia, Spagna, Cina e Corea del Sud
  4. Hollywood nell’era del Coronavirus
  5. Guardare avanti: 4 scenari per il futuro e il secondo giro di Coronavirus a Hong Kong
  6. Amazon, il dittatore benevolo
  7. La carità pelosa di Amazon
  8. La risposta politica al COVID-19 in 186 paesi
  9. L’isolamento domestico dei malati lievi non è la soluzione
  10. Il miglior grafico per capire l’evoluzione globale del Coronavirus
  11. Il futuro dei viaggi in aereo?
  12. L’emergenza Coronavirus è una grande opportunità
  13. Non abbiamo tutte le risposte. Pace.
  14. La correlazione tra pandemia e distruzione degli ecosistemi
  15. Pandemie, urbanizzazione e produzione di carne
  16. La pandemia COVID-19 come un portale
  17. Scenari per il dopo COVID-19 dal Zukunftsinstitut
  18. Le app per il tracciamento dei contatti non ci salveranno
  19. La storia del ristorante di Guangzhou e i super eventi chiave per la diffusione del COVID-19
  20. Cibo, logistica e COVID-19
  21. Neanche i test degli anticorpi ci salveranno, non nel breve termine
Categorie
Formazione permanente

Cambiamenti climatici, un iperoggetto

La citazione giusta in una giornata come oggi e un libro altrettanto da leggere

This is part of what makes climate change what the theorist Timothy Morton calls a “hyperobject”—a conceptual fact so large and complex that, like the internet, it can never be properly comprehended. There are many features of climate change—its size, its scope, its brutality—that, alone, satisfy this definition; together they might elevate it into a higher and more incomprehensible conceptual category yet. But time is perhaps the most mind-bending feature, the worst outcomes arriving so long from now that we reflexively discount their reality.

The Uninhabitable Earth
Categorie
Vivi meglio

La nuova direttiva contro la plastica è legge

Il feed RSS del think tank del Parlamento europeo è prezioso. Da questo ho scoperto che la direttiva per la riduzione della plastica in Europa è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea e che quindi gli stati hanno ora due anni per trasformarla in legge nazionale.

Illuminante tutto il percorso con cui è stata costruita e le azioni conseguenti previste, dalla messa al bando di alcuni oggetti in cui c’è già un mercato alternativo, alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica per la riduzione per altri oggetti.

Da parte mia non voglio più dover comprare una bottiglietta di plastica quando sono fuori casa, portando sempre una bottiglia di metallo, riutilizzabile. Sull’usa e getta, capita sempre più spesso di vedere già una diffusione di utensili e piatti di mais o carta compostabile, in Italia e anche altrove.

C’è da accelerare il passo, perché siamo già nei guai, purtroppo. Ognuno deve fare la sua parte.

Categorie
Esperienze

In che mondo viviamo…

Sono un grande amante dei viaggi e sono stato nel Sud Est Asia più di una volta nella mia vita. Per quanto in Italia e in Europa ci possiamo sforzare a incentivare pratiche meno insostenibili, il resto del mondo in via di sviluppo non ci viene dietro abbastanza velocemente. I consumi si impennano e la curva del riciclaggio e degli standard non si impenna altrettanto, purtroppo.

Tre esempi presi poco fa dal Guardian. In Thailandia si macellano i maiali con la massima crudeltà. In Cambogia c’è un solo macello, con pratiche comparabili e che preferisco non commentare. Le spiagge del Vietnam cominciano a essere invase dalle confezioni in Tetra-Pak dell’industria alimentare e non c’è nessuno che separa e ricicla, perché costa troppo.

Non c’è neanche da prendersela con l’Asia, perché gli USA, quelli che sulla carta hanno più risorse, hanno un tasso di riciclaggio in calo e un livello di consumo n volte superiore. Basti pensare al fenomeno del coffee to go, che negli USA è la norma, con miliardi di bicchieri e coperchi che vanno in discarica o nei fiumi e nell’oceano.

Per quanto la nostra coscienza ambientalista sta crescendo, i danni che abbiamo già fatto sono enormi e, pur con lo sforzo dei media e delle organizzazioni no profit e del governi (alcuni), stiamo solo rallentando, ma non abbiamo invertito la tendenza. Il motivo è semplice: far emergere i costi ambientali significherebbe tassare i prodotti, qualsiasi prodotto industriale, tanto da causare effetti recessivi evidenti. Il modello di sviluppo non va. Non è popolare dirlo, ma è così. La tecnologia non ci salverà. Aumenterà l’efficienza del consumo di risorse, ma ne consumeremo comunque troppe.

Non si tratta di essere pessimisti, ma realisti. Le scelte etiche sono possibili, ma difficili e impopolari. Nel gergo aeronautico si usa l’espressione “brace for impact”. Ci siamo capiti.

Categorie
Esperienze

Consumo di carne e cambiamenti climatici

L’Economist è una delle mie fonti di informazione preferite. Ha un approccio globale ai problemi e guarda ai numeri, prima di dare giudizi. Nell’ultimo numero si parla del consumo di carne a livello globale e delle conseguenze, positive e negative, per gli anni a venire.

I numeri innanzitutto sono impressionati. Qualche dato preso qua e là:

Between 1961 and 2013 the average Chinese person went from eating 4kg of meat a year to 62kg. Half of the world’s pork is eaten in the country.

In the decade to 2017 global meat consumption rose by an average of 1.9% a year and fresh dairy consumption by 2.1%—both about twice as fast as population growth. Almost four-fifths of all agricultural land is dedicated to feeding livestock, if you count not just pasture but also cropland used to grow animal feed. Humans have bred so many animals for food that Earth’s mammalian biomass is thought to have quadrupled since the stone age

The Food and Agriculture Organisation (FAO), an agency of the UN, estimates that the global number of ruminant livestock (that is, cattle, buffalo, sheep and goats) will rise from 4.1bn to 5.8bn between 2015 and 2050 under a business-as-usual scenario. The population of chickens is expected to grow even faster. The chicken is already by far the most common bird in the world, with about 23bn alive at the moment

Between 1982 and 2007 a 1% increase in the female employment rate was associated with a 0.6% drop in demand for beef and a similar rise in demand for chicken. Perhaps working women think beef is more trouble to cook

Milk production shot up from 20m tonnes in 1970 to 174m tonnes in 2018, making India the world’s biggest milk producer. The OECD expects India will produce 244m tonnes of milk in 2027.

The UN thinks that the population of sub-Saharan Africa will reach 2bn in the mid-2040s, up from 1.1bn today. That would lead to a huge increase in meat- and dairy-eating even if people’s diets stayed the same. But they will not. The population of Kenya has grown by 58% since 2000, while the output of beef has more than doubled.

Official statistics suggest that the number of chickens in Senegal has increased from 24m to 60m since 2000. As people move from villages to cities, they have less time to make traditional stews—which might involve fish, mutton or beef as well as vegetables and spices, and are delicious. Instead they eat in cafés, or buy food that they can cook quickly. By the roads into Dakar posters advertise “le poulet prêt à cuire”, wrapped in plastic

Africa has 23% of the world’s cattle but produces 10% of the world’s beef and just 5% of its milk.

The FAO predicts that in 2050 almost two out of every five ruminant livestock animals in the world will be African. The number of chickens in Africa is projected to quadruple, to 7bn.

Morale della favola? Dal punto di vista ambientale, questa tendenza va nella direzione opposto del ridurre le emissione di gas serra. Ergo: siamo spacciati. L’articolo evidenzia più i benefici in termini di sviluppo di chi oggi ha un consumo di calorie limitato (Africa e India), lasciando la questione ambientale ai margini, ma con un passaggio chiaro:

On a planetary scale, the rise of meat- and dairy-eating is a giant environmental problem

Nello stesso numero dell’Economist un altro articolo racconta della sfida del Regno Unito di arrivare a emettere zero gas serra entro il 2050 e cosa significa questo, in termini di singoli industrie e comportamenti:

The Intergovernmental Panel on Climate Change, a UN body, has found that to have a higher than 50% chance of avoiding more than 1.5°C of global warming, worldwide emissions of CO2 alone must come down to zero by mid-century, and all emissions must cease by 2070.

Norway and Sweden already have net-zero targets, for 2030 and 2045 respectively, but both allow for offsets. This is convenient nationally, but incompatible with global decarbonisation.

The public would need to eat 20% less beef, lamb and dairy products.

Detto in parole povere, non ce la faremo mai a invertire la tendenza. Non è questione di essere pessimisti od ottimisti, ma di vedere i comportamenti attuali e tirare una riga nel futuro. Senza un coinvolgimento globale, che non c’è, e senza un trasferimento di tecnologia, che non sta avvenendo, il processo di cambiamento del clima, in corso, sarà inarrestabile. Non c’è la volontà della massa dell’opinione pubblica dei paesi sviluppati e non c’è la volontà da parte dei governi di tutti i paesi che si stanno sviluppando, dalla Cina, all’India, all’Africa. Punto. C’è solo da prepararsi al peggio.

Detto questo, continuo a essere vegetariano, per questione di salute e di sostenibilità (oltre che di crudeltà verso gli animali), continuo a consumare meno e continuo a riciclare e riutilizzare ciò che posso. E provo a fare di più e meglio.

Categorie
Esperienze

BirdNET e riconosci gli uccelli dal canto

https://i2.wp.com/birdnet.cornell.edu/files/2019/03/device-2018-11-10-100121.png?w=580&ssl=1

BirdNET è l’app più straordinaria, nella sua semplicità, tra quelle scoperte negli ultimi anni. C’è solo per Android, lo dico subito. Il concetto è semplice: registri il suono d’ambiente con il canto di un uccellino, lo fai analizzare e l’app ti dice che uccello è.

Vivo in città, ma con abbastanza alberi intorno a me da avere uccelli diversi che cantano in orario diversi. Anche alle 5 di mattina in primavera! Ho avuto la conferma di essere circondati da uccelli che conoscevo e da altri che non conoscevo. A tempo perso, questi sono gli uccelli identificati: merlo, rondone, verdone comune, passera d’Italia, tortora dal collare orientale (!). Ultima, poco fa, con un canto che ora riconoscerò senza bisogno dell’app, una capinera.

BirdNET

Categorie
Esperienze

Zuppa di plastica: è ora di agire

Fa figo prendere un aperitivo e chiedere di fare a meno della cannuccia di plastica, ma non basta, Si può e si deve fare di più. La foto di cui sopra è tratta dal libro Plastic soup.

Plastic dominates our lives. Plastics are synthetic materials derived from petrochemicals. They can be found in all shapes and sizes, ranging from soft and thin to rock-hard and thick. Plastics have become enormously popular over the last seventy years, thanks to their particular properties and extremely low production costs.

We reap the benefits of those features every day. But those same properties turn out to be disastrous for ecosystems. Plastics do not dissolve in water and do not decay. All the plastic that has ever ended up in the environment is still present in some form or other. What plastic does do in the environment, though, is break down into smaller and smaller fragments. These include microplastics, which are mostly so small that they are no longer visible to the naked eye and can easily get into food chains.

United Nations Environment believes plastic litter and microplastics to be one of the biggest environmental problems that the world is facing. The problem has acquired a name, too: plastic soup.

Complice la curiosità verso alcuni nuovi libri sul tema, ho cominciato a fare caso ai contenitori di plastica che uso abitualmente e di cui potrei fare a meno. Il problema sono la comodità e la grande distribuzione, che vanno di pari passo. Comodità è usare il sapone liquido invece della saponetta. Poi ci si può interrogare perché c’è chi vende la pasta in scatole di carte e chi la vende avvolta nella plastica. Domanda retorica: costa meno, immagino. Dire però, come fanno ora le catene più illuminate, che stanno adottando meno plastica nelle loro confezioni, è un po’ lavarsi la coscienza. L’obiettivo dovrebbe essere da subito di sotituire la plastica con vetro o carta, 100% riciclabili. Chi ha questa politica tra le grandi catene in Italia? Nessuno, per quanto mi risulta.

Comodità è comprare la frutta e la verdura in contenitori di plastica. Basterebbe prendere l’abitudine di andare dal fruttivendolo e dal panetterie o al mercato locale.

Un primo passo è non comprare ciò di cui si può fare a meno e il secondo è comprare soluzioni che adottano meno plastica (ricarica, invece della bottiglietta del sapone o bottiglia grande invece di bottigliette piccole). Il passo successivo è sostituire i prodotti indispensabili facendo a meno di contenitori di plastica o con il fai da te. Un po’ come il decluttering, che procede per iterazioni, anche la riduzione del consumo di plastica si presta a iterazioni per ridurre e ridurre.

Il mio nuovo obiettivo passa da riciclaggio e riduzione a zero waste, ovvero zero rifiuti. Non dall’oggi al domani, ma andando a intervenire su singoli prodotti. Interrogandomi, uno per uno, se ne ho bisogno, prima di tutto, e che soluzioni alternative posso adottare per ridurre il volume di rifiuti, poi da riciclare.

Il diagramma sopra è tratto da 101 way to go zero waste. Tutti noi abbiamo margini di miglioramento. Si tratta di prendere coscienza del problema, dedicare un po’ di tempo per capire come cambiare consumi. La cannuccia è un primo passo, ma ce ne sono molti altri.

Categorie
Vivi meglio

La fine della fine della terra

La fine della fine della terra è una raccolta di articoli e brevi saggi. Alcuni sono brillanti, altri noiosi. Vale la pena prenderlo in biblioteca e leggere solo gli articoli che ti interessano, tra critica sociale, cambiamenti climatici e birdwatching.

Un paio di brani:

Kierkegaard, in Aut-Aut, prende in giro l’«uomo indaffarato», per il quale darsi da fare è un modo per evitare di guardare a se stesso con sincerità. Magari vi svegliate di notte e vi accorgete di sentirvi soli nel vostro matrimonio, o di dover pensare a ciò che i vostri consumi stanno facendo al pianeta, ma il giorno dopo avete un milione di piccole cose da fare, e il giorno dopo un altro milione. Finché sarete impegnati con le piccole cose, non dovrete fermarvi ad affrontare le questioni piú grandi. Scrivere o leggere un saggio non è l’unico modo per fermarvi a riflettere su chi siete davvero e qual è il significato della vostra vita, però è un buon modo. E se considerate quanto ridicolmente poco indaffarata fosse la Copenaghen di Kierkegaard in confronto alla nostra epoca, vi accorgerete che quei tweet soggettivi e quei post frettolosi non hanno granché di saggistico. Sembrano piú che altro un mezzo per evitare ciò che un vero saggio potrebbe imporci di vedere. Passiamo le giornate a leggere su uno schermo della roba che non ci degneremmo mai di leggere su un libro stampato, e a lagnarci di quanto siamo indaffarati.

Oppure

Il cambiamento climatico ha molte caratteristiche in comune con il sistema economico che lo sta accelerando. Analogamente al capitalismo, infatti, è transnazionale, ha effetti imprevedibili e dirompenti, si autoalimenta ed è inevitabile. Non teme la resistenza individuale, crea grandi vincitori e grandi perdenti e tende verso una monocultura globale: l’estinzione della differenza a livello di specie, una monocultura degli obiettivi a livello istituzionale. Inoltre è perfettamente compatibile con l’industria tecnologica, poiché promuove l’idea che solo la tecnologia, grazie all’efficienza di Uber o a qualche colpo da maestro della geoingegneria, potrà risolvere il problema delle emissioni di gas serra. È una narrazione semplice quasi come «i mercati sono efficienti», una storia che si può raccontare in meno di centoquaranta caratteri: stiamo prendendo il carbonio sequestrato nel terreno e lo stiamo immettendo nell’atmosfera, e se non la smettiamo siamo fregati.

Oppure

Se è vero, come ci viene detto, che lo scopo dei viaggi esotici è «creare ricordi», e se, come io sostengo, i nostri ricordi in pratica non sono altro che belle storie, e se ciò che crea una bella storia è la presenza di qualche elemento imprevisto, ne consegue che lo scopo di viaggiare è avere sorprese.