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Esperienze

Lavoro distribuito, mondo della scuola e strumenti

In queste settimane diverse organizzazioni si trovano a dover lavorare attraverso internet e non più tutti insieme (appassionatamente) dall’ufficio. Anche il mondo della scuola si è trovato abbastanza impreparato, a quel che sento, nell’adottare strumenti di lavoro distribuito (distributed working, che suona meglio di remote working, che implica erroneamente un centro e una periferia).

La cosa che mi fa rabbia è l’adozione acritica delle piattaforme di Microsoft e di Google, semplicemente perché sono state offerte gratuitamente. Un adulto dovrebbe sapere che nulla è gratis e che se Microsoft e Google regalano strumenti al mondo della scuola è perché ne hanno un vantaggio in termini di promozione del marchio su un pubblico che un giorno si troverà a scegliere e pagare per software e servizi con cui lavorare. La scuola dovrebbe essere la prima organizzazione ad adottare strumenti open source, che spesso sono gratuiti. Perché non li adotta? Perché è più facile mangiare la pappa pronta, soprattutto quando manca la cultura e la conoscenza, oltre che la competenza, nel valutare e nell’adottare strumenti e piattaforme. Neanche a dirlo, il genitore medio è altrettanto ignorante e non può certo essere lo stimolo per il mondo della scuola, se non come eccezione che conferma la regola. Il tutto è molto triste e deprimente, perché le alternative esistono eccome.

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Esperienze

Stop a Google Analytics

Nota di servizio. Ho deciso (finalmente) di disattivare il tracciamento di Google Analytics su questo sito, se non ho commesso errori.

Il motivo: scelta etica.

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Formazione permanente

Capitalismo della sorveglianza, not in my name

Il primo effetto della lettura del grande The age of surveillance capitalism, prevedibile per come sono fatto, è il desiderio di smettere di usare qualsiasi servizio di Google e di Facebook, per cominciare, e trovare alternative a tutti gli altri servizi promossi da società che fanno leva sulla raccolta di dati personali degli utenti per fare soldi.

Il libro ha una prima parte molto dettagliata in cui illustra come è nato il capitalismo della sorveglianza, che fa leva sulla raccolta di dati degli utenti, oggi per vendere pubblicità, domani per prevederne e influenzarne il comportamento a fini commerciali e politici. Google è il soggetto che per primo si è fondato su questo principio guida, con tutte le derive antidemocratiche e non etiche che ormai conosciamo bene. Il libro le mette in fila e le analizza una per una, dando una prospettiva diversa a quanto successo negli ultimi 15-20 anni. Come se camminassi su un mosaico fatto di tessere di un metro quadro e capissi veramente qual è il disegno, solo guardando il mosaico dal cielo, a un’altezza di 1000 metri da terra.

Non voglio essere partecipe di questo disegno e non voglio che Google (e le altre società che si fondano sullo stesso modello, Facebook ma non solo) accumuli dati su di me, per influenzare il mio comportamento e la mia vita. Potrei usare verbi e modi molto più aggressivi, ma mi limito a quanto sopra.

Ho già sostituito Google con DuckDuckGo, Gmail con FastMail, Google Calendar con FastMail. Per pigrizia sono tornato a Google Maps, ma ci sono n alternative da implementare, volendo. Toglierò Google Analytics dai miei siti. Il mio prossimo telefono non avrà Android. Niente Google Assistant o Google Home. Ho già alternative a Google Drive ed emuli di Office. Niente Google Play. YouTube è sostituito da NewPipe, con grande gioia. Hangout è di prossima dismissione. Niente Google Foto. Niente Google Chrome. Niente hardware Google.

Limitare l’influenza di Google nella tua vita è possibile. Vale sempre il concetto di comodità. Gratis, non significa in questo caso che tu sei il prodotto, ma che tu produci dati che Google usa per mappare la realtà e influenzare, a vari livelli, il comportamento delle persone a scopo di lucro. Pensaci bene e ripensaci. Non è un bello scenario quello che ci attende.

Nel libro si fa un parallelismo azzeccato tra i conquistatori dell’America e le perline date agli indigeni. I conquistatori del cyberspazio sono Google & Co., noi siamo gli indigeni e le perline sono i servizi gratuiti e comodi. Ne vale la pena? Considerando la fine che hanno fatto gli indigeni, direi proprio di no.

The age of surveillance capitalism. Fatti un favore e leggilo.

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Esperienze

Ridurre la dipendenza da Google, un servizio per volta

Non è vero che non si può fare a meno dei servizi dei monopolisti della rete, come è vero che si può vivere senza dipendere dalla grande distribuzione organizzata. Certo, vale il concetto della riduzione nell’uso della plastica: le scelte etiche richiedono una rinuncia alla comodità e spesso anche di pagare un sovrapprezzo. Nel caso della rete il costo compensa il mancato sfruttamento dei dati personali e l’assenza di pubblicità, personalizzata o meno che sia. Nel caso del piccolo commercio, i maggiori costi sono dovuti al mancato sfruttamento dei lavoratori o delle aziende da parte dei pesci più grandi della distribuzione (vedi Il Grande carrello, da poco pubblicato da Laterza).

Venerdì scorso ho migrato i contatti, l’archivio di email e la gestione della mia casella di posta principale: info@lucaconti.it. Via da GSuite, verso Fastmail, sollecitato da Emanuele e Nicola. Il tutto è stato più facile del previsto. L’unico piccolo problema è che sul mio telefono Android, tolto l’account di Google, sono venuti meno dei numeri dalla rubrica telefonica. Contatti che sono ora nella rubrica della posta su Fastmail. Con un po’ di calma li andrò a trascrivere e troverò un modo per sincronizzare i due archivi con un’altra app.

Con l’occasione, ho attivato un inoltro permanente di email da vecchie caselle Gmail che non nomino neanche, verso la casella col mio dominio. L’effetto pratico è che il 100% delle mie email in uscita avrà come mittente il mio dominio personale e non più Gmail. Fastmail comprende anche un calendar, che va a sostituire il mio vecchio Google Calendar.

Da desktop Fastmail si apre con molta più velocità di Gmail e lo stesso vale per il calendar. L’app per Android funziona benissimo e non potrei essere più felice per aver ridotto la condivisione di dati con Google. L’app di Google l’ho già cancellata da tempo, liberando spazio. per fare ricerche uso DuckDuckGo direttamente dalla barra degli indirizzi di Firefox, anche da mobile (niente Google Chrome),

Ho anche trovato una app alternativa legale a YouTube, senza pubblicità e senza tracciamento: NewPipe. Ottima e con tante funzionalità che su YouTube sono a pagamento: riproduzione del solo audio, anche usando altre app o con schermo disattivato.

Un altro mondo è possibile.

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Vivi meglio

Il sabotaggio di Google contro Firefox

Da utente di Firefox l’ho sospettato da tempo. Google Documenti a volte non funziona bene. Gmail è lento da caricare. Anche YouTube non è una scheggia. Con Google Chrome l’esperienza era diversa. Ora ho capito perché: Google ha sabotato Firefox.

Un motivo in più per ridurre la dipendenza dai servizi di Google e non tornare di certo a Google Chrome, nonostante i problemi.

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Web & Tech

L’obiettivo di Google, Facebook e Amazon non è cambiare il mondo, ma fare più soldi

Semmai qualcuno credesse ancora all’idealismo dei giganti del tech, questo è un memo per ricordare che l’obiettivo resta uno soltanto, al di là della retorica di facciata:

The working atmosphere at Facebook—where the product one labors on is also where one socializes with colleagues, friends, and family—is designed to enforce fealty to the mission and, like the product itself, to facilitate the goal of absolute togetherness. In January, CNBC ran an article about what it called Facebook’s “‘cult-like’ workplace.” “There’s a real culture of ‘Even if you are f—ing miserable, you need to act like you love this place,’” one former employee, who left in October, told the network. “It is not OK to act like this is not the best place to work.” Some of those who want to have critical discussions have purchased burner phones, so their comments wouldn’t get back to their managers. Most of the dissent that has been voiced publicly was channeled through anonymous leaks to journalists, not visible protest. And the collective organizing that has happened at Facebook has occurred among contract workers, who don’t enjoy the generous benefits of full-time employees and aren’t subject to the same intra-office cultural pressures.

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Web & Tech

I 9 grandi e l’intelligenza artificiale

Oggi è uscito un nuovo libro di Amy Webb, The Big Nine, che tratta un tema caldissimo: l’intelligenza artificiale e le applicazioni sviluppate dai nove grandi del tech globale: Amazon, Google, Facebook, Tencent, Baidu, Alibaba, Microsoft, IBM e Apple.

Lettura più che consigliata.

In rete si trovano diverse interviste all’autrice. Nel caso volessi qualche sintesi. Dalla biblioteca di San Francisco ho poca banda, quindi ti lascio usare i motori di ricerca per trovarle.

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Web & Tech

Le difficoltà dei monopolisti digitali

The reality is that technology has an amplification effect on business models: it has raised the Internet giants to unprecedented heights, and their positions in their relevant markets — or, more accurately, value chains — are nearly impregnable. At the same time, I suspect their ability to extend out horizontally into entirely different ways of doing business — new value chains — even if those businesses rely on similar technology, are more limited than they appear.

Ben Thompson analizza in maniera esemplare perché Amazon, Google, Microsoft sono bravi a fare qualcosa, ma non altrettanto bravi a competere in servizi complementari. Assolutamente da leggere.

The Value Chain Constraint https://stratechery.com/2019/the-value-chain-constraint/