Categorie
Web & Tech

Sorveglianza sanitaria sì, ma in mani pubbliche

Anche i colossi del Web si stanno muovendo fornendo i dati della mobilità degli utenti per contrastare il Coronavirus, iniziando dalla divisione Data for Good di Facebook.
“Se esiste una divisione che si chiama Data for Good, dati per il bene della società, vuol dire che tutto il resto viene usato con un obbiettivo diverso. Credo che tutti i dati riguardanti i cittadini dovrebbero esser usati sempre per il bene comune e per proteggere gli interessi di tutti. Il bisogno legittimo della raccolta di dati per il fatto che si pensi che lo stato attuale delle cose sia normale, fa parte di quella mentalità chiamata “inevitabilismo” che sta facendo più danni della stessa Silicon Valley. La sorveglianza di massa operata di giganti della tecnologia non è l’unica opzione possibile. Il digitale è un bene straordinario e le istituzioni pubbliche devono riappropriarsene. L’Unione Europea ha fatto un passo in avanti con il regolamento generale sui dati, il Gdpr, ma non è abbastanza. Ora, con la pandemia, abbiamo un’occasione straordinaria di rimediare”.

Repubblica ospita un’intervista a Shoshana Zuboff (paywall), autrice del libro di riferimento sul tema del capitalismo della sorveglianza.

Categorie
Formazione permanente

Capitalismo della sorveglianza, not in my name

Il primo effetto della lettura del grande The age of surveillance capitalism, prevedibile per come sono fatto, è il desiderio di smettere di usare qualsiasi servizio di Google e di Facebook, per cominciare, e trovare alternative a tutti gli altri servizi promossi da società che fanno leva sulla raccolta di dati personali degli utenti per fare soldi.

Il libro ha una prima parte molto dettagliata in cui illustra come è nato il capitalismo della sorveglianza, che fa leva sulla raccolta di dati degli utenti, oggi per vendere pubblicità, domani per prevederne e influenzarne il comportamento a fini commerciali e politici. Google è il soggetto che per primo si è fondato su questo principio guida, con tutte le derive antidemocratiche e non etiche che ormai conosciamo bene. Il libro le mette in fila e le analizza una per una, dando una prospettiva diversa a quanto successo negli ultimi 15-20 anni. Come se camminassi su un mosaico fatto di tessere di un metro quadro e capissi veramente qual è il disegno, solo guardando il mosaico dal cielo, a un’altezza di 1000 metri da terra.

Non voglio essere partecipe di questo disegno e non voglio che Google (e le altre società che si fondano sullo stesso modello, Facebook ma non solo) accumuli dati su di me, per influenzare il mio comportamento e la mia vita. Potrei usare verbi e modi molto più aggressivi, ma mi limito a quanto sopra.

Ho già sostituito Google con DuckDuckGo, Gmail con FastMail, Google Calendar con FastMail. Per pigrizia sono tornato a Google Maps, ma ci sono n alternative da implementare, volendo. Toglierò Google Analytics dai miei siti. Il mio prossimo telefono non avrà Android. Niente Google Assistant o Google Home. Ho già alternative a Google Drive ed emuli di Office. Niente Google Play. YouTube è sostituito da NewPipe, con grande gioia. Hangout è di prossima dismissione. Niente Google Foto. Niente Google Chrome. Niente hardware Google.

Limitare l’influenza di Google nella tua vita è possibile. Vale sempre il concetto di comodità. Gratis, non significa in questo caso che tu sei il prodotto, ma che tu produci dati che Google usa per mappare la realtà e influenzare, a vari livelli, il comportamento delle persone a scopo di lucro. Pensaci bene e ripensaci. Non è un bello scenario quello che ci attende.

Nel libro si fa un parallelismo azzeccato tra i conquistatori dell’America e le perline date agli indigeni. I conquistatori del cyberspazio sono Google & Co., noi siamo gli indigeni e le perline sono i servizi gratuiti e comodi. Ne vale la pena? Considerando la fine che hanno fatto gli indigeni, direi proprio di no.

The age of surveillance capitalism. Fatti un favore e leggilo.

Categorie
Web & Tech

Alexa non dimentica

Un motivo in più, se ce ne fosse bisogno di altri, per fare a meno di Amazon Alexa. No, grazie.

https://www.washingtonpost.com/technology/2019/05/06/alexa-has-been-eavesdropping-you-this-whole-time/

Categorie
Formazione permanente

Il bello di scomparire

In essence, Busch argues that growing up is part and parcel with the independence groomed through secret adventures, hideaways in the forest or on urban rooftops, and imaginary confidants that adults can’t see. Reading How to Disappear, I wondered if we aren’t, as a society, continuously in the process of learning object permanence. If we really believe that things continue to exist when they’re not visible, then why must they always be geotagged, photographed, shared, аnd optimally filtered?

How to disappear: Notes on Invisibility in a Time of Transparency è un libro che tocca temi quanto di più attuali, considerando il momento storico che stiamo vivendo: privacy, sorveglianza, tecnologia, social media e molto altro. Lettura consigliata per acquisire consapevolezza sull’uso della tecnologia.

La recensione di The Paris Review è un buon punto di partenza.

Categorie
Web & Tech

Sheryl Sandberg, l’untrice del capitalismo della sorveglianza

Surveillance capitalism is no more limited to advertising than mass production was limited to the fabrication of the Ford Model T. It quickly became the default model for capital accumulation in Silicon Valley, embraced by nearly every startup and app. And it was a Google executive – Sheryl Sandberg – who played the role of Typhoid Mary, bringing surveillance capitalism from Google to Facebook, when she signed on as Mark Zuckerberg’s number two in 2008.

Nuova intervista a Shoshana Zuboff per ricordarmi che devo assolutamente far avanzare in priorità il suo tomo sul capitalismo della sorveglianza, quanto di più attuale.

via Sentiers media, newsletter altamente raccomandata

Categorie
Formazione permanente

Il capitalismo della sorveglianza

The bullying style of TOS agreements also characterizes the practice, common to Google and other technology companies, of threatening users with a loss of “functionality” should they try to opt out of data sharing protocols or otherwise attempt to escape surveillance. Anyone who tries to remove a pre-installed Google app from an Android phone, for instance, will likely be confronted by a vague but menacing warning: “If you disable this app, other apps may no longer function as intended.” This is a coy, high-tech form of blackmail: “Give us your data, or the phone dies.”

Alle migliaia di libri che non riuscirò a leggere in una vita, si aggiunge ora The age of surveillance capitalism. Tema ghiottissimo. Tutta colpa della recensione del LARB.

Categorie
Media & Social media

Il social score, da Black Mirror alla Cina di oggi

wired scoreWired USA di gennaio 2018 dedica la copertina al social score. Quanto immaginato in una puntata della serie TV Black Mirror è già realtà in Cina. Il tuo comportamento nel mondo digitale genera un punteggio che ti permette (o no) di godere di servizi pubblici. In parole povere è l’uovo di Colombo della sorveglianza governativa. Certo, può aiutare anche a ridurre corruzione e disuguaglianze, ma in un mondo in cui i governi raccolgono tutti i dati che possono sui propri cittadini – non solo la Cina – lo scenario che abbiamo davanti non è per nulla rassicurante.

Leggi Inside China’s Vast New Experiment in Social Ranking

Via un magnifico feed RSS che ti consiglio di sottoscrivere