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Severance: guida all’approfondimento

Severance (Scissione in italiano) è una nuova serie TV prodotta da AppleTv+, per cui si è appena conclusa la prima stagione. Una seconda stagione ha avuto il via libera e probabilmente ce ne saranno altre.

Scissione - Trailer e video - Apple TV+ Press (IT)

Per scelta ho deciso di preferire i film alle serie TV e non ne guardavo una da quasi un anno. Ho rotto il digiuno perché una persona del cui giudizio mi fido molto, Massimo, ha perorato la causa di Severance. Grazie Massimo!

Severance è una serie che merita per vari motivi: tratta un tema assolutamente attuale, la divisione tra lavoro e resto della vita, in un modo molto brillante. Un po’ thriller psicologico, un po’ fantascienza, un po’ satira del mondo del lavoro aziendale (corporate), un po’ mistero. Il tutto con una cura dei dettagli a livello maniacale. Il production design (scenografia, ma è molto di più) è superlativo. La recitazione è ottima. La sceneggiatura è da premio. Il concept è geniale. La fotografia e la musica sono un tutt’uno con la storia e la scenografia. Superlativo.

Per certi versi, senza troppa fanfara, Severance si presta a essere studiata, puntata dopo puntata, come i fan più sfegatati fecero per Lost. Per quanto siamo alla prima stagione, mi permetto di dire che, a differenza di Lost, Severance sembra più con i piedi per terra e più soddisfacente sul piano della risoluzione degli enigmi e delle apparenti stranezze. Al termine, tra qualche anno – lo sceneggiatore ha dichiarato che nella sua testa potrebbero esserci 5-7 stagioni, ma scherzando ha detto che potrebbero essere 19-20 – vedremo se ho avuto o meno ragione.

Ora, se sei convinto, guardati la serie e torna qui dopo averla vista. I contenuti che seguono sono pensati soprattutto per chi ha visto la serie e possono contenere spoiler.

3 Comments

Dieci Aprile

11 anni fa

Avevo già una crisi da blogger. Non avevo più voglia di documentare qui, a vantaggio di altre piattaforme: libri, Twitter, formazione. Arrivare in cima è difficile; restarci è ancora più difficile.

9 anni fa

Promuovevo Longreads. Avendo tagliato enormemente il tempo dedicato a leggere articoli, a vantaggio di libri e di altre attività, come lo scrivere, è una fonte che non seguo più. La vita è troppo breve per passarla a informarsi.

La vita è anche troppo breve per passarla ad accumulare libri non letti. Su questo non ho imparato. Anche se quest’anno sono già a quota 78 libri, seppur 2/3 in formato audio.

4 anni fa

Non continuare un libro è un diritto legittimo.

La città di New York ha un suo book club cittadino. Per dire. In Italia credo sia stata imitata da Milano, non per niente.

La vita digitale dopo la morte. Tema su cui ancora non si investe abbastanza. Ci sarebbe spazio per aprire un’azienda. Il punto è che non ho alcuno stimolo, al momento per lavorare di più e avviare nuovi progetti. Perché?

2 anni fa

C’è chi si illudeva che saremmo cambiati. Analizzando le idee di questi pensatori, a distanza di tempo, ti puoi rendere conto di come anche il mercato delle opinioni sia pieno di inchiostro stampato su carta con cui incartare il pesce. Repubblica, Financial Times, New York Times. Ogni paese ha la sua carta da pesce. Il fatto che le stesse parole non siano stampate, non fa acquisire valore a quelle idee. Quanto tempo ho perso a leggere notizie. Quanto tempo avrei potuto dedicare a persone, benessere psicofisico personale, sesso, esercizio fisico. Ho ancora ampi margini di miglioramento, ma posso dire di essere migliorato.

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Licorice pizza e il giornalismo del nulla

Non mi diverte più l’esercizio di prendere in castagna i giornali e i giornalisti, ma con Licorice pizza faccio un’eccezione. Sono un cinefilo di prima categoria, vado spesso al cinema, amo il cinema d’autore e Paul Thomas Anderson. Fatta questa premessa, ho già visto Licorice pizza, che esce al cinema in Italia domani. Non mi è piaciuto, nonostante la critica che lo piazza all’11esimo miglior film dell’anno e le 3 nomination all’Oscar 2022 che rischiano di trasformarsi in statuetta.

Per capire cosa ci hanno visto gli altri che non ci ho visto io, sono caduto in due articoli, uno uscito su Robinson di Repubblica e uno su Domani.

Domani del 16 Marzo

L’articolo su Domani di oggi occupa una pagina intera ed è una recensione. Una recensione entusiasta che non dice nulla. Come il film. Il pregio del film sarebbe il fatto di essere molto vero e poco filmico: acne sul volto del protagonista, pancetta prominente a 15 anni, scene di famiglia come in una vera famiglia (gli attori sono tutti della stessa famiglia in effetti). Questo è cinema di qualità? Una sorta di documentario di finzione? Come per Belfast (e in parte per È stata la mano di Dio), sono dell’idea che le operazioni autobiografiche dell’infanzia (o dell’adolescenza in questo caso) del regista non necessariamente sono inutili. Evocative per il regista e per chi ha vissuto quell’epoca, come i critici, o che la rimpiange o la mitizza, quelli nati dopo, ma per tutti gli altri poco significative. Per niente significative. Non glielo auguro, ma scommetto sarà un fiasco, soprattutto fuori dagli USA. Non scommetto su nessuna statuetta e, se le vincesse, sarebbero poco meritate.

Non posso non stigmatizzare poi l’intervista di Robinson a P.T. Anderson, in cui si parla ancora una volta del nulla. Definirla un’intervista in ginocchio è fargli un complimento. Semplicemente promozionale. Punto. Io dovrei comprare e leggere un giornale per trovarmi due pagine di intervista/promozione, pura e semplice. Zero notizie, zero approfondimento, zero riporto zero.

Poi ci sarebbe da fare un ragionamento a parte sul nostro idolatrare Hollywood e di rimando Los Angeles. Cosa c’è di mitico, io non lo comprendo. Soprattutto nella Los Angeles di un film come Licorice pizza. Siamo una colonia culturale, esagero di proposito, e siamo anche felici di esserlo. Solo perché si parla di Los Angeles, ce ne interessiamo. Peccato/Per fortuna che il mondo sia in realtà molto più vasto.

Il cinema internazionale, se non fosse per l’egemonia culturale di cui siamo ormai succubi, è molto più vario, interessante, stimolante, intelligente della maggior parte delle produzioni americane, incluse quelle indipendenti. Vedi La peggior persona del mondo, Norvegia, o Flee, coproduzione danese, in sala in questi giorni e che quasi nessuno è andato a vedere, purtroppo.

Basta prendere i film premiati dai festival europei – Berlino, Venezia, Cannes – o i vincitori dell’EFA o di qualche altro festival extraeuropeo per avere una guida di visione senza troppi sforzi. Poi sì, bisogna stare attenti alle date di uscita e alle piattaforme in cui atterranno (Mubi è una garanzia), perché certo di questi film se ne parla un minimo quando escono nei festival, ma poi si perdono quando escono al cinema o altrove. Bisogna darsi da fare se non vuoi vedere quello che vedono tutti e pensare quello che pensano tutti. I giornali ci aiutano poco in tal senso, perché anche nella migliore delle ipotesi, privilegiano lo star power e l’americanità come patente di qualità e di popolarità verso il grande pubblico. Occasioni perse.

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L’impatto del cloud in termini di emissioni di CO2 e ambientali

white clouds
Photo by Magda Ehlers on Pexels.com

I nostri dati sparsi in giro per il cloud hanno un impatto crescente in termini di emissioni di CO2. A questo si aggiunge l’impatto ambientale sulle popolazioni che vivono nei pressi dei grandi datacenter, in termini di rumore e di mutamento del microclima. Come per le discariche e le centrali elettriche, pochi sono chiamati a pagare un prezzo per tutti gli altri.

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L’abbaglio dell’informazione “in real-time per il grande pubblico”

Dopo la vendita dell’Espresso, l’AD del gruppo GEDI ha incontrato il Cdr del gruppo. Tra le rassicurazioni e le affermazioni varie, ce n’è una che mi ha colpito:

Il gruppo si concentra dunque sull’informazione “in real time per il grande pubblico”, veloce, al passo con i tempi, moderna, digitale, interattiva sfruttando tutte le possibilità tecnologiche (testo, audio, video…).

Dopo i podcast (“iniziativa di successo perché dopo un mese dal lancio siamo già primi in Italia”), si continuerà con lo sviluppo degli hub verticali (utenti e pubblicità premiano la specializzazione ed, apprezzano qualità e ritmo di questi prodotti) ed il rinnovo delle dotazioni tecnologiche (con relativi corsi di formazione).

Primaonline

Se questa è la strategia del gruppo GEDI nel 2022 per sopravvivere nel mercato dell’editoria, be’, non vedo un grande futuro per il gruppo.

Il real-time per il grande pubblico è già altrove

L’idea di fare concorrenza alle tv all-news e al social web, in particolare Twitter, sul chi dà le notizie un minuto prima degli altri, mi sembra una idea fallimentare già nel momento in cui viene dichiarata. Anche ammesso che si vinca sulla concorrenza, per arrivare un minuto prima degli altri, come si traduce questo vantaggio in maggiori ricavi? Il grande pubblico dovrebbe andare su repubblica.it perché comprende, sistematicamente, che arriva un minuto prima? Si può arrivare prima della TV e prima di Twitter oggi? Ho i miei dubbi.

Il valore dei giornali è nell’approfondimento

Investire sul real-time è l’opposto dell’investire sull’approfondimento. Se la ragione è che l’approfondimento non paga, allora i giornali cartacei potrebbero smettere di essere stampati fin da subito. Arrivano il giorno dopo e di real-time non hanno nulla. Non potranno mai essere competitivi da questo punto di vista. Di fatto si tratta di una resa, annunciata e non dichiarata? Invece di valorizzare un punto di forza, la capacità dell’approfondimento con i tempi dell’approfondimento, lo si nega in partenza. Evidentemente si vuole lasciare questa nicchia ad altri, perché poco remunerativa.

Il valore della stampa è nelle opinioni

Come si differenzia una testata giornalistica da un’altra, quando tutti possono far rimbalzare le stesse notizie degli altri, anche a distanza di un minuto? Con una diversa linea editoriale, incarnata dalle firme e dagli opinionisti. Questi possono essere citati, ma non certo anticipati o replicati, se non rafforzando l’originale. L’opinione non ha niente a che vedere con il real-time. Non per niente una testata come il New York Times ha una sezione Op-Ed, dove circolano le opinioni, forte e ampia, con tante voci che generano dibattito e, appunto, opinione. Da questo punto di vista la strategia dei giornali è perdente ormai da anni: gli opinionisti vengono regalati alla televisione con comparsate nei programmi di prima e seconda serata, sperando ingenuamente che la notorietà della firma si sarebbe tradotta in più autorevolezza e vendite per la testata di appartenenza. Il risultato è che le firme hanno acquisito potere contrattuale, finendo a condurre programmi televisivi, ma le testate hanno perso copie e lettori: perché comprare il giornale il giorno dopo se ho già sentito l’opinione della firma in tv?

Dove finiremo?

La strada è segnata. Se l’obiettivo è cambiare la home page con una nuova apertura, un nuovo titolo, una (per finta) nuova notizia ogni 5 minuti, o anche meno, scommetto su un’informazione che non serve il grande pubblico, ma lo rende dipendente. Peccato poi che i maestri in questo servizio siano le piattaforme social, che il pubblico lo hanno ben più ampio già oggi.

In tutto questo non c’è evidentemente una strategia per la carta, lasciata al suo declino, finché dura. Quando non sarà più economico stampare carta, non si stamperà più. Forse certi fenomeni e certe tendenze sono di portata ben maggiore di quanto anche un AD di un grande gruppo editoriale nazionale possa essere in grado di contrastare. Certo però se questa è la visione, il futuro non promette bene né per chi è alla ricerca di informazione di qualità, né per chi vuole lavorare con professionalità e senso civico nel mondo dell’informazione.

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