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PANDEMIA Posts

L’attenzione, i media e la guerra in Ucraina

Quanto è deprimente un mondo in cui l’attenzione dei cittadini viene rivolta a cose futili?

L’immagine di cui sopra è rappresentativa di come funziona il circo dell’informazione e di come ormai siamo abituati ad annoiarci nel seguire una storia per più di qualche giorno o di qualche settimana. Anche la guerra che non finisce subito, dopo due mesi non ci interessa più.

Sì, Google Trends non è necessariamente rappresentativo della realtà: l’Ucraina è ancora in prima pagina sui giornali e sui telegiornali, anche se forse non come prima notizia, e quindi non c’è bisogno di cercare notizie che ti arrivano comunque. Certamente però è il segnale che siamo meno curiosi nell’approfondire la notizia.

Neanche a dirlo poi, le notizie che riguardano internet e il mondo social interessano di più online, perché hanno un bacino d’utenza vasto e per altre ragioni.

Nonostante questo trovo comunque triste che si arrivi a dibattere più l’acquisto o non acquisto di una società da parte del miliardario dei miliardari che non l’orrore della guerra, le vite dei profughi, le atrocità compiute, la politica internazionale che ammansisce i regimi autoritari per perseguire interessi economici, l’interesse ad avere l’energia a basso costo pur chiudendo gli occhi di fronte ai dittatori, la corruzione dell’economia che pur di fare affari non guarda in faccia a nessuno, un modello economico fondato sulla crescita infinita a discapito di tutto il resto, le conseguenze della politica energetica sui cambiamenti climatici.

Forse discutere delle spese di Musk o delle scelte di indirizzo di una società come Twitter è più facile, meno impegnativo, più alla portata anche dell’ultimo degli ignoranti che si sente di informarsi e poter dire la sua?

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… e se la Cina governasse le piattaforme social?

A proposito di futuri possibili, non mi sembra così inverosimile immaginare un futuro, tra 10 anni, in cui Bytedance (TikTok) e altre società cinesi sono le piattaforme dominanti del web e del social web, più di Meta, Netflix e altri colossi popolari nel mondo occidentale (e in Italia).

Dalla padella alla brace

A mio avviso c’è da preoccuparsi, oggi, perché passiamo da un mondo in cui chi le regole dell’algoritmo sono definite in base al maggiore profitto generato a un mondo in cui l’algoritmo non è influenzato dall’interesse economico, ma dall’interesse politico del PCC (Partito Comunista Cinese). Se l’algoritmo che favorisce un contenuto rispetto a un altro, su Facebook, su Instagram, su Twitter, su Google, è una scatola nera, il cui contenuto non è conosciuto né conoscibile, per le piattaforme cinesi a tutto ciò si aggiunge un’agenda politica ben precisa: annientare il dissenso, ridurre la visibilità di contenuti problematici secondo il partito, favorire l’ascesa della Cina su scala globale.

Questo scenario non è un futuro tanto remoto, visto che è in parte già il presente.

Bytedance (e altri gruppi cinesi attivi online) censura determinate parole chiave già oggi. Per alcune il filtro è attivo solo all’interno della Cina, ma è un attimo che venga esteso a tutto il mondo o a singoli paesi per cui la Cina decide di intervenire influenzando il dibattito pubblico, in un modo o in un altro.

Se Meta e il Big Tech americano può essere contrastato dall’antitrust, americano ed europeo, o dal potere esecutivo e legislativo, ponendo limiti di vario genere, Bytedance & Co. rispondono essenzialmente al PCC. Di fronte all’oscurità di alcuni passaggi e alle richieste di trasparenza della vigilanza sui mercati finanziari, soprattutto negli USA (SEC), la risposta delle aziende è di togliersi dai listini azionari americani e restare quotati sulla borse cinesi, riducendo ulteriormente la trasparenza nelle decisioni e negli indirizzi.

Da consumatori/navigatori abbiamo sempre snobbato i paesi dove vengono sviluppate le app che usiamo di più e dove vanno a finire i dati personali che le stesse app estraggono. Forse è il caso di svegliarci un po’, prima che sia troppo tardi e l’influenza degli strumenti che usiamo sarà tale che finiremo per esserne circuiti senza rendercene conto più di tanto.

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Repubblica scende a 71.000 copie cartacee individuali, nei giorni feriali a Marzo 2022

I dati ADS di Marzo 2022, ripresi da Prima comunicazione, affermano che Repubblica ha perso un terzo delle copie, arrivando a vendere circa 87.000 copie cartacee al giorno, vendute individualmente. Il dato è ben peggiore.

Considerando come gli inserti settimanali del weekend, allegati al giornale con sovrapprezzo – Il Venerdì, D e L’Espresso – vendano più della media giornaliera del quotidiano nel mese, ho fatto un rapido calcolo: ho calcolato le copie allegati ai settimanali nei 4 weekend del mese e le ho sottratte al computo totale del mese, per calcolare poi la media dei giorni rimanenti (19), dal lunedì al giovedì.

Il risultato è che Repubblica ha venduto 71.000 copie individuali cartacee. Stiamo parlando del secondo quotidiano nazionale, uno con la redazione più grande e con maggiori risorse da investire in giornalismo di qualità. Questo è il risultato. Il Corriere della sera, per molti anni secondo a Repubblica, naviga su cifre quasi doppie e vende quasi quanto Repubblica e La Stampa messe insieme! Anche Quotidiano Nazionale, associando il dorso de Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, vende più copie di Repubblica.

Perché?

Gli abbonamenti digitali a basso costo, l’offerta internet e la pirateria digitale certamente hanno contribuito al trend, ma non sono l’unica risposta. C’è stato un travaso delle firme verso La Stampa e Il Fatto, che ha dato un’altra spallata. C’è probabilmente la linea editoriale con Molinari che ha allontanato via via orde di fedeli lettori. Il fatto che La Stampa sia diretto da Giannini, firma di primo piano di Repubblica per anni, ha generato concorrenza interna a GEDI. Il risultato è che Repubblica e La Stampa sono ora quasi pari, almeno nei giorni infrasettimanali, visto che La Stampa vende 69.000 copie.

In termini di copie diffuse, dato che lascia il tempo che trova, considerando come dentro ci siano copie vendute in blocco, per esempio a Trenitalia, e non sfogliate da nessun viaggiatore a fine giornata, Il Sole 24 Ore supera per la prima volta Repubblica questo mese. Nonostante lo stesso Sole 24 Ore passi da 35000 a 25000 copie cartacee vendute individualmente. Chi legge Il Sole 24 Ore o è un abbonato, per lo più digitale, o è la sua azienda che gli offre una copia: il suo impatto sociale è fortemente limitato. Pensare che più di 10 anni fa Il Sole 24 Ore si vantava di essere il quotidiano finanziario più venduto in Europa con oltre 300.000 copie. Oggi, pur con le copie in blocco e copie svendute, arriva a mala pena a 142.000 copie.

Del resto l’obiettivo sul digitale è alzare muri e far pagare, cercando di avere ricavi che facciano quadrare i conti, con una redazione sempre più ristretta, più giovane e meno costosa.

La mia facile previsione resta la stessa. Di questi vecchi colossi non morirà nessuno. Piuttosto diventeranno sempre più nani, arrivando a una sostenibilità con decine di migliaia di lettori paganti, redazioni smilze, prodotti sempre più di nicchia, lontani dal potere di influenza di un tempo, se non il rimbalzo dato dalla televisione, con le rassegne stampa e le ospitate gratuite dei direttori sui talk show di maggior ascolto. Luce riflessa. Di fatto siamo già entrati in questa fase.

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Il casinò degli app store

L’Economist ha fatto i compiti, ha consultato fonti diverse, e ha raccolti alcuni dati molto interessanti sulle fonti di ricavi e di profitti di Big Tech. Tra le tante perle dell’articolo, ce n’è una che mi ha compito di più: gli app store come casinò:

In Apple’s app store, for example, games account for 70% of all revenues, according to documents uncovered during the Epic court battle. Most of this comes from in-app purchases, such as wacky accessories for avatars or virtual currencies. In 2017, 6% of app-store game customers accounted for 88% of the store’s game sales. Those heavy users spent, on average, more than $750 each year.

The Epic trial also revealed that the top 1% of Apple gamers in terms of spending generated 64% of sales and splurged an average of $2,694 annually. Internally these super-spenders are known as “whales”, like their casino equivalents. An investigation by the CMA found a similar pattern at Google’s app store. In 2020 around 90% of the store’s British sales came from less than 5% of its apps

The Economist

L’1% dei giocatori su iPad/iPhone spendono oltre 2500 € l’anno a testa? Quanti di questi soldi sono spesi consapevolmente? C’è qualcuno che si fa questa domanda? Non mi sembra.

C’è una responsabilità sul piano etico nel promuovere giochi che generano da parte dell’utente spese simili? Tutto legale. Non proprio alla luce del sole, perché se non fosse per cause legali, Apple e Google non avrebbero rivelato queste cifre.

Cosa differenzia questi ricavi da quelli di un casinò vero e proprio? I casinò sono regolamentati per ovvi motivi. Gli app store? Il gioco online?

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Twitter e la camera dell’eco

Da grande fan e utilizzatore di Twitter, sono arrivato a smettere completamente di usarlo, se non per pubblicare in automatico i link a questo blog, senza per questo partecipare alle conversazioni generate, se non in maniera sporadica. Il tutto è successo ormai 3 anni fa circa? Non ricordo neanche quando, a dire il vero.

Ho smesso di usare Twitter perché, come per il resto del social web, mi sono reso conto che la mia attenzione veniva risucchiata al punto da non permettermi di concentrarmi su attività più importanti per me. L’attenzione è preziosa, come il tempo. Se sei distratto, non recuperi l’attenzione in un attimo. Se hai bisogno della dopamina generata dalle interazioni frutto dei tuoi contenuti, è inevitabile che ti metterai a pubblicare contenuti in ogni momento della giornata e in ogni occasione, pur di avere il thrill di qualcuno che risponda a ciò che scrivi. Così è andata per anni e posso dirlo a ragion veduta: ci sono stato dentro fino al collo per anni. Dal tweet in occasione del terremoto, più di una volta, all’interazione con un ministro della Repubblica, ai tanti eventi seguiti in diretta su Twitter. Letteralmente dalla mattina alla sera: a che prezzo?

In occasioni simili – vale per qualsiasi cosa per cui a un certo punto percepisco di aver perso il controllo – è una sfida con me stesso ridurre quel qualcosa, per un periodo di tempo limitato, per dimostrarmi che non sono dipendente, o per sempre. Non ho mai fatto uso di sostanze stupefacenti quindi il qualcosa è da intendere come un comportamento compulsivo, deleterio nel tempo, non necessariamente nell’immediato. Twitter è entrato in questa categoria, nel momento in cui mi sono reso conto che l’attenzione che gli dedicavo non era più appagante: riducendo la partecipazione, l’algoritmo ha ridotto la visibilità dei miei contenuti e la spirale negativa si è innescata. In un certo senso tutto ciò ha favorito il distacco.

Da allora ho sviluppato l’opinione, neanche troppo originale e nuova, che Twitter sia sopravvalutato nel suo impatto. Una camera dell’eco, in cui giornalisti, celebrity, personaggi più o meno famosi, insieme ai loro fan, pubblicano, conversano, ribattono, senza che ciò sia veramente rilevante per il mondo fuori da Twitter. Mi rincuora, anche se non ne avevo bisogno, leggere che il Financial Times scrive la stessa cosa:

Twitter’s unique place in the media world rests on helping to shape opinion around the most important news as it breaks — at least among the politicians, journalists, celebrities and business figures who hold most sway in its echo chamber.

Financial Times

Per lo stesso motivo il dibattito su Twitter come piazza pubblica dove dovrebbe essere garantito il diritto alla libera espressione è fuorviante. Il fatto che Elon Musk compri Twitter per questo motivo non è sorprendente. Se ti convinci che Twitter è veramente il terreno delle idee, va da sé che vuoi assicurarti di non venirne escluso. La vicenda poi è rilevante per la politica americana ma meno per il resto del mondo. La Cina ha già il suo Twitter, sotto il controllo del partito. In altri paesi Twitter non ha mai attecchito, al di là delle élite politiche/economiche. L’audience di Twitter è una frazione di Facebook/Instagram, ragion per cui i nostri opinion leader se ne sono già in gran parte andati altrove.

Leggo con distacco l’evolversi dell’acquisizione di Twitter, perché alla fine della fiera, algoritmo aperto o chiuso, prateria dove il razzismo è libero o vietato, società privata o pubblica, l’impatto sulla mia vita è pressoché nullo. Per Twitter, come per altre notizie, dedichiamo tanta attenzione a qualcosa di assolutamente inutile – a meno che non hai un interesse finanziario, nel qual caso è diverso – ignorando questioni ben più importanti, di carattere locale, nazionale, ambientale, su cui non c’è lo stesso attaccamento. Essere un utente di Twitter, per molti, significano poter dire la propria su Twitter e tutto ciò che gli gira intorno, anche senza competenza alcuna. Discutere di evoluzione del cambiamento climatico, dell’influenza della Cina in Africa, della supply chain rivoluzionata dalla pandemia e dalle sanzioni economiche come arma di pressione, dei diritti umani violati da paesi con cui abbiamo relazioni commerciali importanti, della politica della difesa è molto più difficile e noioso, non avendo le competenze.

Una volta che sei fuori dalla camera dell’eco cambia tutto. Per venirne fuori serve riconoscere che la camera dell’eco è divertente, spesso, ma ha un prezzo elevato. Può essere utile per non pensare a ciò che conta di più, a mettere in discussione come spendiamo il nostro tempo. Per qualcuno è meno tossico di sostanze stupefacenti, alcolici o shopping compulsivo. Resta il fatto che è un surrogato di un’altra vita. Sì, Twitter si può usare con moderazione, vero. Quanti veramente lo usano così?

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F*ckr, ultimo atto

Quei simpaticoni di Flickr passeranno dalle parole ai fatti in 3 giorni, weekend incluso. Così mi hanno scritto poco fa:

Ciao pandemia, A partire dal 1º maggio 2022, Flickr inizierà ad applicare le modifiche annunciate che riguardano i nuovi limiti ai contenuti con restrizioni e soggetti a moderazione per gli account gratuiti. In breve: gli account gratuiti con contenuti soggetti a moderazione o restrizioni saranno considerati in violazione dei nostri termini di servizio e verranno rimossi. Gli utenti sorpresi a violare i termini di servizio dovranno abbonarsi a Flickr Pro o rimuovere i contenuti illeciti. Queste modifiche non impediranno di visualizzare o nascondere i contenuti soggetti a moderazione o restrizioni. Ulteriori informazioni sono contenute in questo video. I membri di Flickr con account gratuito che vogliono continuare a ospitare o caricare contenuti soggetti a moderazione o restrizioni dovranno abbonarsi a Flickr Pro entro il 1º maggio. – Il team di Flickr

Posso mettermi a decidere cosa rendere pubblico e cosa cancellare tra 10500 foto al momento private? In un fine settimana poi?

Cosa farò?

Ho già chiesto i miei dati e il tempo lo passerò a scaricare i 40 Gb di dati. Un secondo dopo chiuderò l’account. Mi dispiace perché varie foto sono linkate sui miei blog e altrove, ma amen. Dopo 18 anni è evidente che F*ckr non è più casa mia. Il 19/4 del 2006 scrivevo un post per condividere come F*ckr fosse il primo servizio a pagamento a cui avevo deciso di aderire. Tempo di migrare.

Potrei andare a questo punto su un servizio come Jottacloud, che ha spazio illimitato, non solo per le foto, per 80 € l’anno. 8 € in più di quanto mi costerebbe F*ckr, ma in Norvegia e non negli USA. Ci penso su e poi decido.

Addio F*ckr. Credo poi che cancellerò qualsiasi riferimento di F*ckr da questo blog. Non esiste più per me. Fine. Non si tratta così un cliente della prima ora.

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