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Il ritmo di consumo lo decidi tu, non i media

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Viviamo in un’era incredibile. Abbiamo internet sempre in tasca. L’accesso in streaming (o in download) a musica, film, serie tv, libri, riviste, notizie, immagini, giochi è immediato. I cataloghi a cui abbiamo accesso, gratis o per pochi euro a contenuto o al mese, sono quasi infiniti: decine di milioni di brani musicali, decine di migliaia di ore di film o serie tv, decine di migliaia di libri e potrei continuare.

L’abbuffata seguita dalla frustrazione

La prima reazione di chi si rende conto di avere tutto questo a distanza di un click è di solito l’abbuffata. Una puntata della serie tira l’altra, la scoperta di un artista rende subito accessibile la sua intera discografia, se troviamo un libro che ci piace spesso c’è una saga da seguire e leggere, subito. La seconda reazione, a distanza di poco tempo è: cosa scelgo ora? Se guardo questo, non posso guardare quest’altro. I contenuti finiscono per accumularsi in una cartella o in una coda di cose da vedere, leggere, ascoltare. Quando? Il nostro tempo è limitato ed emerge in breve la paura di perdersi qualcosa. Un sentimento di frustrazione, disagio.

Questo tema emerge chiaramente in una intervista a Guillermo del Toro, regista di grande talento, che viaggia con 2500 film nel suo iPad e che considera il tablet o lo smartphone come la forchetta per l’uomo moderno. In grassetto la domanda.

And that’s the curse of being in the age that we are, where we have a greater access to things. And it’s great that we have streaming services and online publishing! But that also means there just isn’t enough room in our heads to be able to give everything the proper weight that it deserves.

And then we come to one conclusion that is useful: it is up to us to pace ourselves. It is not up to the media.

Having this media is close to a miracle. I think it is amazing that I can travel with my iPad with thousands of movies. I think it is amazing that I can streamline thousands more. I think it is amazing that I can know what happened in far-flung countries, in one second. But it is up to us, as humans—one of our ethical tasks is to say, how am I going to pace myself? What am I focusing on? Because otherwise we live life in a blur. We’re texting and driving. So it is—media is not evil. The speed of media is not evil. What is toxic is that we don’t pace ourselves. That we’re not having dinner without texting; that we’re not capable of paying full attention to the moment we’re living. And that is true also of the cinematic discourse.

La velocità dei media non è il male

Guillermo dice, lo ripeto: “The speed of media is not evil. What is toxic is that we don’t pace ourselves”. La velocità dei media non è il male. Ciò che è tossico è che noi non riusciamo a darci una regolata. Torna centrale il tema dell’equilibrio digitale e della scelta consapevole.

Un altro passaggio chiave della stessa intervista vale per la nostra esperienza di vita nel suo insieme, ma vale anche, nel suo piccolo, sul consumo dei media:

We all live for the last three minutes of our life. We all live our entire life for the three, agonizing, last three minutes in which you are going to die. And you very fast realize—at a speed beyond anything we know—you realize what you did, and what you didn’t. And as your life force fades, you quickly realize who you were, and what you did. And you’re summed in brackets between your birthday and your death day. And, if in those three minutes you know you didn’t do and you didn’t choose what was best for you and those around you, those last few seconds are pure hell. But if you made the right choices, the last few seconds are release.