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Questione di virgole, perché la punteggiatura è importante

questione di virgole

Da persona che scrive professionalmente, mi piace leggere libri che suggeriscono come scrivere meglio. Questione di virgole è uno di questi. L’ho appena cominciato, ma promette bene:

Ma perché la punteggiatura è così sfuggente?

Nelle scuole primarie e secondarie, di interpunzione nessuno se ne vuole più occupare, all’università si scrive (e si corregge) sempre meno e pure chi dovrebbe dare il buon esempio, cioè giornalisti e scrittori, ha i suoi problemi.

La punteggiatura, come la dizione, sembra un accessorio da affidare al proprio istinto. Si ragiona «a orecchio» o, come si sente spesso dire, in «base alla respirazione».

La scrittura elettronica, ma anche quella dei periodici, sta contribuendo alla Grande Semplificazione. I catastrofisti dicono che rimarremo solo con il punto (o «soli con il punto»). Più che una scrittura telegrafica è un ritorno al telegrafo.

Questo libro tenta di fare chiarezza. Con semplicità e metodo, e la guida di mirabili scrittori, vengono illustrati gli usi corretti ed errati di virgola e punto e virgola, a partire da casi reali tratti da romanzi, saggi, periodici, ma anche da testi incrollabili come le leggi dello Stato, o effimeri, come la paccottiglia cartacea ed elettronica che ci si manifesta davanti tutti i giorni.

Questione di virgole

World inequality report 2018: chi ha poco ha sempre meno, chi ha tanto ha sempre di più

Per caso ho scoperto un report che tutti dovremmo leggere: World inequality report 2018.

In poche pagine, basta guardare qualche grafico e improvvisamente il disagio sociale che anima diverse parti del mondo diventa subito più chiaro. Leggere le statistiche della crescita (o non crescita) del PIL mondiale racconta solo una parte della storia. La vera storia è che la distribuzione della ricchezza ha invertito la rotta negli ultimi 30 anni, in gran parte del mondo.

disuguaglianze

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Il culto della tecnologia è una religione come le altre

religione

Sono quasi diventato intollerante alle conversazioni in cui l’oggetto è il culto della tecnologia. Discussioni sul nulla. In genere gli eventi di lancio di nuovi prodotti, da parte di Apple, Google, Amazon, Facebook, generano online un seguito da folle adoranti che la settimana dopo si mettono in fila per comprare il nuovo prodotto. Ne parlano come di un totem da adorare, dimenticando che l’azienda dietro al prodotto ha il solo scopo reale di fare (legittimamente) più soldi. L’evento non è altro che PR, fumo negli occhi, marketing per convincere a comprare e a sostituire l’ultima versione del prodotto che ancora funziona benissimo. Gli adepti, incapaci di comprendere il gioco o felici di aderire a un nuovo culto, spendono parole, energie, tempo per decantare le ultime meraviglie e aderire pubblicamente al culto. Continue reading “Il culto della tecnologia è una religione come le altre”

Lavoratori sfruttati nella fabbrica dove si producono Amazon Echo e Kindle

Niente di nuovo verrebbe da dire, purtroppo. Ieri il Guardian pubblica l’ennesima inchiesta dove emerge che la produzione cinese di tecnologia non rispetta neanche le leggi cinesi sul lavoro. Nel caso specifico si tratta della fabbrica Foxconn dove si producono Amazon Echo e Kindle.

L’articolo si chiude persino con la dichiarazione di Amazon che conosce la questione e l’ha già segnalata al suo fornitore. Ciò che manca ancora in queste storie è una presa di distanza del committente, non a parola, ma con i fatti. Come? Cambiando fornitore e assicurandosi che tutto ciò non avvenga più. Nella realtà dei fatti non interessa a nessuno. A Foxconn men che meno. Al governo cinese neanche, perché è pur sempre lavoro. All’Amazon di turno, archiviato l’articolo di giornale, importa avere il prodotto da vendere nei tempi e nei modi che preferisce. Non interessa neanche al consumatore finale, per cui conta il servizio offerto e il prezzo finale.

Se poi qualche lavoratore sfruttato si infortuna, si esaurisce, viene licenziato o si suicida, alla fine della fiera, non interessa proprio a nessuno. Il minimo che possiamo fare, io per primo, è non riempire la casa di nuovi gadget tecnologici di cui possiamo fare a meno, tanto o poco che costino, e non ricambiare il parco dispositivi finché non è proprio necessario. Sono orgoglioso di avere uno smartphone comprato nel dicembre del 2014, vecchio ormai di 3 anni e mezzo, e di avere un computer portatile che uso dall’ottobre del 2012, quasi 6 anni fa. Non ho rimpiazzato il tablet diventato obsoleto. Non ho uno smart speaker in casa. Ho un ebook reader da 5 anni e funziona ancora benissimo.

 

Il costo umano del tuo Kindle

Il report di China labor watch

Come rompere la dipendenza da televisione

televisore in strada

Ieri ho acceso la televisione per la prima volta da circa 6 settimane. Ho collegato il computer e ho visto l’ultima puntata di una serie tv ora conclusa. Nel compiere questa operazione mi sono reso conto di aver vinto una dipendenza che molte persone che mi stanno vicine hanno: la dipendenza da televisione. A vedere i dati del consumo medio televisivo (260 minuti a testa al giorno) e la penetrazione che la televisione ha nelle abitudini degli italiani (più del 96%, vado a memoria, dichiara di guardarla), credo sia una esigua minoranza chi vive in una casa dove la televisione non viene accesa ogni giorno. Continue reading “Come rompere la dipendenza da televisione”