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Esperienze

Lavoro distribuito, mondo della scuola e strumenti

In queste settimane diverse organizzazioni si trovano a dover lavorare attraverso internet e non più tutti insieme (appassionatamente) dall’ufficio. Anche il mondo della scuola si è trovato abbastanza impreparato, a quel che sento, nell’adottare strumenti di lavoro distribuito (distributed working, che suona meglio di remote working, che implica erroneamente un centro e una periferia).

La cosa che mi fa rabbia è l’adozione acritica delle piattaforme di Microsoft e di Google, semplicemente perché sono state offerte gratuitamente. Un adulto dovrebbe sapere che nulla è gratis e che se Microsoft e Google regalano strumenti al mondo della scuola è perché ne hanno un vantaggio in termini di promozione del marchio su un pubblico che un giorno si troverà a scegliere e pagare per software e servizi con cui lavorare. La scuola dovrebbe essere la prima organizzazione ad adottare strumenti open source, che spesso sono gratuiti. Perché non li adotta? Perché è più facile mangiare la pappa pronta, soprattutto quando manca la cultura e la conoscenza, oltre che la competenza, nel valutare e nell’adottare strumenti e piattaforme. Neanche a dirlo, il genitore medio è altrettanto ignorante e non può certo essere lo stimolo per il mondo della scuola, se non come eccezione che conferma la regola. Il tutto è molto triste e deprimente, perché le alternative esistono eccome.

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Lavora meglio

Company of one: qualche spunto e molte ovvietà

Company of one è stata una mezza delusione. Mezza perché qualche spunto l’ho trovato, insieme a varie banalità, seppur vere:

In short, customer happiness is the new marketing.

Battute a parte, Company of one è un libro diverso da quello che mi aspettavo. Non si rivolge ai freelance, ma a chi vuole creare un’azienda, fatta da una persona. La differenza è sottile, ma è spiegata in testa al libro. Detto questo, qualche spunto lo possono trovare anche i freelance o chi vuole aprire una sua azienda.

The final reason teaching works for a company of one is that, except for certain proprietary information—like your unexecuted ideas, business strategies, or patentable technologies—most ideas or processes don’t need to be kept under lock and key. Being transparent in almost all areas, while running your company aboveboard, can only help build trust with your customers.

Customer education—providing an audience with the knowledge, skills, and abilities to become an informed buyer—is one of the most important parts of a sales cycle. Too often we’re so close to what we’re selling that we assume others are also experts on it, or know what we know, but most of the time that’s not the case. Customers don’t always know what they don’t know, or don’t know enough about something to realize how useful or beneficial that information could be to them or their own business.

Teaching builds trust and expertise like nothing else for a company of one. When someone’s receptive to what you’re teaching, they inherently trust the information you’re sharing. If you can consistently give your audience useful, relevant, and timely knowledge (through your mailing list, speaking events, website, and so on), they’ll begin to lean on you for more information (which you can then charge for). Teaching also doesn’t require lots of time, resources, or even money—it can be as simple as sharing what you know with the people who are listening. In sum, teach everything you know and don’t be afraid to give away your best ideas.

Poi ho scoperto, sempre in tema slow, un’azienda di abbigliamento molto in linea con i miei valori, che merita l’endorsement:

For example, trend-setting companies like Arthur & Henry advocate for “slow fashion” and encourage customers to wear their clothing longer, and in stages—first at the office when a garment is fresh and new; then casually on the weekend, rolling up frayed sleeves; and then, when stains and small tears appear, for garden work. Ideally, the final stage for a worn-out Arthur & Henry garment is use as a rag in the garage. When we extract every ounce of usefulness from each piece of clothing by reusing it over and over, we get the most out of the work of the farmer, the miller, the tailor, and the factory employee. Arthur & Henry’s metric for success is sustainability in all forms: earning steady revenues, raising money for charities, minimizing environmental damage, and maximizing benefits to all workers.

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Vivi meglio

Vivere per lavorare non è una bella cosa

Vivi per lavorare o lavori per vivere? Andrew Taggart sintetizza perfettamente perché il lavoro come misura di tutte le cose è un concetto dannoso, per non dire altro. Io non sono il mio lavoro. Posso amarlo, ma la mia vita e la mia identità comprende molto altro.

C’è stato un periodo della mia vita in cui io ero il mio lavoro. Da tempo non è più così e non ho assolutamente alcuna intenzione di tornare indietro. Se la prima domanda che mi fa uno sconosciuto, appena incontrato in un contesto sociale, è “che lavoro fai?“, questo non parte per niente bene.

And how, in this world of total work, would people think and sound and act? Everywhere they looked, they would see the pre-employed, employed, post-employed, underemployed and unemployed, and there would be no one uncounted in this census. Everywhere they would laud and love work, wishing each other the very best for a productive day, opening their eyes to tasks and closing them only to sleep. Everywhere an ethos of hard work would be championed as the means by which success is to be achieved, laziness being deemed the gravest sin. Everywhere among content-providers, knowledge-brokers, collaboration architects and heads of new divisions would be heard ceaseless chatter about workflows and deltas, about plans and benchmarks, about scaling up, monetisation and growth.

Per questo la parola produttività è quasi bandita dalla mia vita. Quando la sento, mi viene ormai quasi una reazione allergica:

Together, thoughts of the not yet but supposed to be done, the should have been done already, the could be something more productive I should be doing, and the ever-awaiting next thing to do conspire as enemies to harass the agent who is, by default, always behind in the incomplete now. Secondly, one feels guilt whenever he is not as productive as possible. Guilt, in this case, is an expression of a failure to keep up or keep on top of things, with tasks overflowing because of presumed neglect or relative idleness.

If work dominated your every moment would life be worth living?

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Lavora meglio

Nuove professioni: consulente carcerario

Nel curriculum è bene ci sia scritto che sei già stato in programma prigione.

Part fixer, part adviser and part therapist, they range from soothing exaggerated fears about sexual assault and answering basic questions about hygiene (i.e., “How do I use the bathroom in federal prison?”) to managing portions of a business when one is behind bars.

https://www.washingtonpost.com/technology/2019/03/20/meet-convicted-felon-helping-people-charged-college-admissions-scandal-prepare-prison/

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Esperienze

La scelta etica

Lo ammetto, sono sorpreso. Dopo aver reso pubblico il desiderio di allontanarmi dai social media, prima personalmente, poi professionalmente, per una scelta etica, ho ricevuto più attestazioni di stima di quante me ne sarei aspettate. Salvo una esigua minoranza di messaggi da parte di persone che mi hanno raccontato la propria simile esperienza di allontamento, tutti gli altri o quasi hanno commentato plaudendo al mio (presunto) coraggio.

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Media & Social media

Social media, lavoro, educazione e produttività

quitting social media to strengthen work prowess is not a sufficient reason to resist the stranglehold Big Tech has on our lives, for social media is itself the net result of a culture that measures personal worth via the ability to produce.

Interessante riflessione su social media, educazione, lavoro, produttività e modello di società.

https://lareviewofbooks.org/article/classroom-management-simon-sinek-classdojo-and-the-nostalgia-industry/

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Lavora meglio

Company of one

Company of One, by Paul Jarvis

There’s no such thing as perpetual growth. Yet that’s what traditional business people crave. But what is growth meant to achieve? If Oxford University is so successful, then why isn’t there a branch in Washington, D.C.? If a symphony is successful with 120 musicians, why not even more so with 600? “To grow bigger” is not much of an effective business strategy at all.

Company of one di Paul Jarvis, appena uscito, racconta la sua esperienza di piccolo e bello. Il contrario della retorica dello scalare e di diventare sempre più grande. Piccolo è bello. Hai quanto ti basta e sei ricco in termini di flessibilità e di tempo. Nel mio piccolissimo, mi sembra di rileggere la storia della mia carriera professionale. Lo leggerò con grande interesse.

via Doug

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Esperienze

Un business 100% Facebook free

Considerando che non ho mai comprato pubblicità o usato i suoi strumenti per comunicare con i miei clienti, l’aver disattivato i profili attivi rende il mio prossimo business meritevole di questo badge. Lo implementerò su tutti i miei siti, con una bella spiegazione del perché.

Fa piacere vedere di non essere solo a pensarla così, se anche Basecamp ha preso questa strada. Alleluya!