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Olio di palma e sostenibilità: si può tutelare l’orango consentendo a Malesia e Indonesia di svilupparsi?

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L’olio di palma e soprattutto il “senza olio di palma” sono oggi sulla cresta dell’onda. Se i messaggi pubblicitari di molte aziende alimentari si concentrano quasi soltanto sull’assenza di questo prodotto, i consumatori sono in gran parte disorientati e disinformati. Qualcuno, ma neanche tanti, associa l’olio di palma all’orango allontanato dal suo habitat, costituito dalle foreste tropicali del Borneo, per far posto a piantagioni di palma per produrre su larga scala il frutto dal quale ottenere l’olio di palma.

La sostenibilità è la vera questione legata all’olio di palma e in questo post voglio cercare di fare chiarezza sull’argomento, sulla base delle informazioni che ho raccolto prima, durante e dopo un viaggio in Malesia, a vedere come la palma viene coltivata – nel caso specifico la filiera è la stessa da cui si approvvigiona Ferrero* e che è certificata come sostenibile – e a parlare con alcuni esperti del settore, all’interno del MPOB (Malaysian Palm Oil Board) e del RSPO (Roundtable for Sustainable Palm Oil), organismo che illustrerò nel dettaglio a seguire. Anche in questo caso, come per il post precedente sulla filiera, cercherò di essere il più possibile esaustivo, ma sintetico.

  • L’olio di palma e la domanda di grassi mondiale
  • La deforestazione ai tropici e l’orango
  • Malesia e Indonesia, due storie diverse
  • Il lavoro delle ONG: Greenpeace e WWF
  • L’attivazione dell’industria e l’avvento del RSPO
  • I limiti della certificazione sostenibile
  • Boicottare o non boicottare?

L’olio di palma e la domanda di grassi mondiale

Per ragionare di foreste e sostenibilità bisogna prima capire quali sono le forze che hanno generato un aumento globale della domanda di olio di palma. L’olio di palma è il grasso vegetale che ha la maggiore resa per ettaro, superiore a qualsiasi altra coltivazione. Lo sviluppo dei paesi emergenti (ormai è diventato ridicolo usare questa definizione, perché sono emersi, eccome!), in particolare di India e Cina (più Indonesia), ha determinato un aumento del reddito pro capite e un aumento dei consumi, compresi quelli alimentari. In una alimentazione equilibrata è necessaria una quota di grassi. Chi non aveva prima reddito sufficiente se non per sopravvivere, oggi comincia a migliorare la propria dieta, aumentando la quota consumata di grassi. L’olio di palma è il grasso più economico e da qui la domanda crescente.

consumo globale

A questo fenomeno se ne aggiunge un secondo, determinato dall’uso dei grassi vegetali come biocarburanti. L’Unione Europea ha stabilito che entro il 2020 il 10% dell’energia consumata nel settore dei trasporti debba venire da biocarburanti, incentivando indirettamente l’importazione di olio di palma a tale scopo. Con l’aumento della domanda, l’Indonesia è stato il paese che più si è attivato, superando nel 2006 la Malesia, diventando il primo produttore mondiale. Oggi la stima di produzione per il 2016 vede l’Indonesia sempre al comando con 33 milioni di tonnellate e la Malesia seconda con 19,7 milioni di tonnellate. La produzione mondiale totale è stimata in 62,23 M Ton. Indonesia e Malesia coprono quindi quasi l’85% della produzione mondiale.

produzione

Quale la prospettiva per il futuro? La domanda è prevista in ulteriore crescita, fino 90 M Ton nel 2025, di cui 49 prodotte dall’Indonesia e 25,5 prodotte dalla Malesia.

previsioni

La deforestazione ai tropici e l’orango

L’Orango del Borneo (Pongo pygmaeus) è chiamato in causa e rischia di estinguersi perché il tropico è l’ambiente ideale dove far crescere la palma. L’isola del Borneo, parte malese e parte indonesiana, è il terreno dove si scontrano la politica di conservazione della specie e della foresta, con le politiche di sviluppo economico dei governi malese e indonesiano. Uno scontro in cui, fino a ora, chi ha avuto la peggio è l’orango. Greenpeace nel marzo del 2010 pubblica in rete un video shock in cui un Kit Kat Nestlé si trasforma nelle dita insanguinate del povero orango, denunciando l’uso dell’olio di palma da parte dell’industria dolciaria, senza garanzie sulla sua provenienza.

Da allora l’industria non è rimasta con le mani in mano e le associazioni ambientaliste hanno continuato a premere. Il risultato è nel decollo del RSPO, l’organismo che raccoglie l’industria e promuove la sostenibilità delle coltivazioni di palma.

Malesia e Indonesia, due storie diverse

Il viaggio a Kuala Lumpur mi ha permesso di conoscere e intervistare i rappresentanti del MPOB, l’organismo governativo malese deputato a promuovere l’olio di palma e lo sviluppo dell’economia collegata. Non è certamente l’oste che deve dire se il suo vino sia buono o meno, ma reputo interessante valutare gli argomenti in un dibattito, per andare nel merito della questione, senza pregiudizi. Non ho avuto il piacere di confrontarmi con gli indonesiani, ma sono disponibile a raccogliere un invito, se dovesse venire.

Come scritto nel post relativo alla filiera, l’olio di palma è una cultura importante per l’economia e l’occupazione del paese. Detto questo, il governo malese si è impegnato a tutelare il 56% di superficie forestale attuale del paese (qual è la percentuale di foresta originaria rimasta in Italia e in Europa?), con un impegno volontario, soprattutto sulla foresta del Borneo. Non mi risulta che l’Indonesia sia altrettanto pubblicamente impegnata con un obiettivo simile. Pur in presenza della volontà di donare 1 $ per ogni dollaro finanziato da progetti di conservazione della fauna selvatica in Malesia, da parte di organismi internazionali, al MPOB mi dicono che nessuno si è ancora fatto avanti. Non ho avuto modo di verificare questa affermazioni con ulteriori ricerche.

Secondo il MPOB tra tutti i 17 grassi vegetali commercializzati nel mondo, l’olio di palma è il primo in termini di sostenibilità. Non fatico a crederlo, considerando come l’olio di palma sia oggi l’unico grasso vegetale sul quale l’opinione pubblica globale, spinta dal lavoro degli ambientalisti desiderosi di tutelare la foresta tropicale, sia stata un minimo attenta a valutare l’impatto ambientale. Qualcuno ha mai fatto una indagine sulla provenienza e sulla sostenibilità, anche semplicemente in termini di superficie coltivata dell’olio di semi di girasole, della soia, della colza o del cocco? Il dibattito mondiale è solo e soltanto sull’olio di palma. Nel momento in cui si valutano ingredienti alternativi, dovrebbe essere responsabilità comune valutare l’impatto delle relative colture, prima di prendere qualsiasi decisione. La questione relativa alla salute e all’alimentazione sarà l’oggetto del prossimo post.

Indonesia e Malesia sono in definitiva come due cugini in continua competizione. Il primo più popoloso, il secondo più sviluppato economicamente, grazie anche al gas naturale e al petrolio. La Malesia ha un reddito pro capite (2015) di quasi 27.000 $ contro i poco più di 11.000 $ dell’Indonesia. La Malesia si è resa conto di non poter più incrementare la superficie coltivabile a palma (dopo aver sostituito dagli anni ’70 il cocco e la gomma, non più economici), investendo nella ricerca per coltivare una varietà più produttiva, con tecniche agricole innovative e a maggiore resa. L’Indonesia non ha ancora raggiunto questa consapevolezza, incapace (per inettitudine o per incapacità, non so dire) di governare il processo. Lo dimostra la nube del 2015, sprigionatasi in Indonesia dalla pratica di bruciare la foresta per fare spazio a coltivazioni, che ha colpito per mesi Singapore, Malesia e altri paesi.

Il lavoro delle ONG: Greenpeace e WWF

Se oggi siamo sensibilizzati agli effetti della deforestazione tropicale e dei rischi di estinzione per l’orango, il merito va a Greenpeace e WWF. Entrambe le associazioni, con le loro specificità, hanno il merito di aver generato una risposta sull’industria e una pressione sui loro fornitori asiatici, grazie alla pressione dell’opinione pubblica. Il tutto ha un suo primo picco mediatico con la campagna che prende di mira Nestlé e Kit Kat, da parte di Greenpeace. Da allora sono passati sei anni e il problema non è certo risolto, ma alcuni passi avanti sono stati fatti.

Per stimolare l’industria e informare i consumatori, il WWF Internazionale ha realizzato una classifica, aggiornata ogni anno, in cui ogni azienda che ha a che fare con l’olio di palma (137 nel mondo) viene giudicata in base al suo impegno concreto. La pagella vuole essere un incentivo a far parte dell’organismo che certifica la sostenibilità dell’industria (RSPO), a fornirsi da una filiera sostenibile e a comunicare correttamente ai consumatori il proprio consumo di olio di palma sostenibile.

L’attivazione dell’industria e l’avvento del RSPO

Il Roundtable Sustainable Palm Oil (RSPO) nasce formalmente nel 2003 con l’obiettivo di raccogliere una industria complessa e articolata come quella dell’olio di palma – chi controlla le piantagioni non è necessariamente chi raffina l’olio e chi lo commercializza – per adottare degli standard di sostenibilità. A vedere la storia di questo organismo, sembra che la campagna del 2010 di Greenpeace contribuisca a dare un impulso di stimolo alle aziende, con le prime certificazioni che cominciano a fare capolino sul mercato, segno dell’attività dell’industria verso pratiche sostenibili.

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Nella puntata di Report del maggio del 2015 si ironizza sul fatto che il controllore sia anche il controllato, senza tenere conto che questo è vero per ogni certificazione volontaria. Certificare un processo (per raggiungere uno standard di qualità, qualsiasi sia) ha un costo e chi lo sostiene è l’azienda che vuole essere certificata, pagando l’azienda che certifica. Secondo questo principio, la certificazione in sé comprende un conflitto d’interessi. Ironizzare in questo senso, a mio avviso, è un segno palese di malafede, per vedere il marcio quando non c’è.

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Per togliersi ogni dubbio, sul sito del RSPO sono spiegate nel dettaglio tutte le certificazioni e i processi relativi, perché non c’è un solo tipo di certificazione, tanto per complicare il tutto. La serietà dell’organismo è tale che alcuni membri scoperti nel non godere più dei requisiti di sostenibilità, hanno visto la propria certificazione sospesa.

I limiti della certificazione sostenibile

Il problema della certificazione non è se questa sia data a chi non la merita, ma delle modalità con cui può essere ottenuta. Le certificazioni possibili sono 3: identità preservata, segregazione, mass balance.

Identità preservata

Identity Preserved

Questo è il sistema che garantisce le maggiori tutele. Dalla piantagione alla spedizione, il frutto della palma da coltivazione sostenibile viene lavorato, spremuto, raffinato e spedito da impianti che non hanno alcuna contaminazione con frutti provenienti da altre piantagioni non certificate.

Segregazione

Segregated supply chain model

La materia prima sostenibile viene trattata da impianti che lavorano anche materia prima di altra provenienza, ma i processi produttivi sono separati e i due oli non si mischiano mai, garantendone sempre la provenienza. La filiera vista in Malesia rientra in questa tipologia

Mass balance

Mass Balance supply chain model

In questa certificazione, i frutti da coltivazione sostenibili vengono lavorati insieme agli altri e ciò di cui si tiene conto nel prodotto finale è la relativa percentuale dei due. La tutela è inferiore e il rischio potenziale di frode aumenta. I costi invece, rispetto alle due filiere precedenti, sono inferiori e il prodotto finale ha un costo inferiore.

Comprare i certificati

certificato

Qui casca l’asino. Con una misura prevista anche in Europa per incentivare le fonti rinnovabili, anche per l’olio di palma l’industria può acquistare certificati da parte di chi produce olio di palma in maniera sostenibile, pur non approvvigionandosi da questa filiera. Seppur il principio sia corretto, soprattutto per chi investe prima nella sostenibilità e ne ha un ritorno potendo rientrare dell’investimento vendendo i certificati verdi, l’effetto finale è di dare la patente di sostenibilità anche a chi non si è mosso con un impegno veramente concreto.

Questo scenario non solo è difficile da spiegare, ma anche da comunicare al mercato, che non ha gli strumenti per comprendere le differenze nel processo, i relativi costi e la complessità della valutazione finale. Criticare il sistema con cui RSPO promuove la sostenibilità è legittimo. Chi è veramente interessato a promuovere sul serio la sostenibilità, dovrebbero però fare un passo avanti ulteriore, ovvero premere perché il sistema migliori e venga adottato su larga scala.

Dati RSPO, l’export di olio di palma malese tocca il 70-75% della produzione, livello molto più elevato della produzione malese. Un dato di altra fonte dell’industria sostiene invece che l’Europa importa solo il 50% di olio di palma certificato sostenibile, mostrando un grave punto debole della campagna per l’orango: il consumo dell’industria non si è ancora allineato al desiderio dei consumatori. Lo spazio di manovra c’è ed è evidente, ma è minacciato da chi vorrebbe ribaltare il tavolo, promuovendo un abbandono dell’olio di palma, attraverso un boicottaggio.

Boicottare o non boicottare?

Abbiamo visto che il consumo di olio di palma è in ascesa, soprattutto nei paesi emergenti e per uso alimentare, per il suo essere economico. L’opinione pubblica dei paesi ricchi – che possono permettersi di spendere di più, per coprire i costi della filiera sostenibile – sta premendo sull’industria perché adotti standard che garantiscano la sostenibilità. I produttori di olio di palma hanno risposto a questa richiesta, organizzandosi con la certificazione. L’obiettivo non è stato ancora raggiunto, ma ci stiamo muovendo nella direzione giusta, ma a questo punto c’è chi chiede di boicottare del tutto l’olio di palma e parte dell’industria alimentare decide di andare avanti “senza olio di palma”.

La domanda che dobbiamo porci è: il boicottaggio aiuta a salvare l’Orango del Borneo?

La mia risposta è un secco NO e a pensarla come me c’è anche il WWF. Cosa succederebbe se l’Italia e l’Europa (e il mondo ricco) decidesse di non consumare più olio di palma? Chi, tra i produttori, ha investito per creare una filiera sostenibile, si troverebbe a produrre una materia prima senza mercato, con un costo in più che la domanda globale non sarebbe disposta a pagare. La filiera sostenibile non sarebbe più remunerativa e la necessità stessa di una certificazione verrebbe meno. La domanda complessiva calerebbe, disincentivando la deforestazione? Probabilmente no, perché l’olio di palma può essere usato come biocarburante e la fame di energia di Indonesia e della Malesia sarebbe capace di assorbire il surplus temporaneo nella produzione.

In poco tempo saranno comunque Cina e India, oltre al consumo interno dell’Indonesia, a trainare la domanda di olio di palma. A questo punto però, la domanda sarà generata quasi soltanto da un cliente che ha a cuore un fattore di scelta: il prezzo basso.

Il boicottaggio, in poche parole, sarebbe solo controproducente, eliminando dal mercato chi nella sostenibilità ha creduto. Se il prodotto finale è richiesto solo da chi non ha interesse a promuovere la sostenibilità, gioco forza chi produce non ha alcun incentivo a diventare sostenibile. Perché l’Indonesia dovrebbe fermare la deforestazione, se chi lo chiede non ha alcun impatto economico sulla produzione dell’olio di palma?

Questo significa che dobbiamo rassegnarci a salutare per sempre l’Orango del Borneo? Niente affatto. Noi consumatori dobbiamo continuare a spingere perché la deforestazione abbia fine, premiando chi non deforesta, investendo concretamente in progetti di conservazione e di cooperazione con i governi che hanno la foresta e che vogliono comunque, legittimamente, aumentare la qualità della propria vita.

Pensare di risolvere il problema comprando “senza olio di palma” significa semplicemente chiudere gli occhi e girarsi dall’altra parte. La coscienza è (forse) pulita, ma l’Orango non ci sarà più.

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Fonte dei dati di mercato: Oilworld.de

 

*DisclaimerCome sempre, amo la trasparenza e non nascondo potenziali conflitti d’interesse. Ferrero mi ha invitato in Malesia coprendo tutte le spese, dal viaggio alla permanenza a Kuala Lumpur. Ferrero mi ha dato accesso al suo network di relazioni, compresi i suoi fornitori di olio di palma sostenibile. Come ovvio per una operazione di relazioni pubbliche, non ho ricevuto alcun compenso per il tempo del viaggio, né per quanto ho scritto su Twitter, né qui, né altrove. Allo stesso tempo ho accettato perché Ferrero non mi ha posto alcun vincolo.